Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte (Mark Haddon)

Storia di un ragazzo che, cercando una piccola verità, ne scopre una molto più grande

Christopher è un ragazzo autistico (sindrome di Asperger). Vive il mondo a modo suo: ha imparato ad interagire col mondo reale, ma a volte (quando le informazioni diventano troppe) ha bisogno di staccarsi un po’ e rinchiudersi in uno spazio tutto suo.

E’ lui che ci racconta un pezzo della sua storia, nel suo modo diretto e immediato, a volte con un briciolo di quella che noi chiameremmo “infantilità”. Perché Christopher non riesce a mentire (anche se ha capito che si può dire, a volte, solo una parte di verità), è molto diretto e per lui le cose sono o bianche o nere, difficilmente c’è una via di mezzo.

Ma non pensate che il libro sia un trattato sulla condizione dei ragazzi autistici: l’autore fa raccontare la sua vita proprio al personaggio principale, con i suoi modi ed i suoi tempi, partendo da un mistero da svelare: il cane Wellington ucciso a mezzanotte con un forcone.

Christopher decide di risolvere il caso, perché ama gli animali, e si mette ad indagare, nonostante la sua “paura” per le persone. Anche la proprietaria del cane è per lui una “sconosciuta”, nonostante siano vicini di casa e lui la abbia vista più volte, in qualche occasione anche in casa sua per dare una mano al padre. Per Christopher “conoscere” una persona significa compiere tutta una serie di passi alla fine dei quali lo sconosciuto diventa conoscente (mi ricorda il rituale fra la volpe ed il piccolo principe nel racconto di Saint-Exupery).

Nonostante, quindi, i vicini rientrino ancora fra gli “sconosciuti” Christopher prende coraggio e va ad interrogarli, sempre col suo modo molto diretto (“Ha ucciso lei Wellington?” e “Sa chi l’ha ucciso?”).

Christopher decide di scrivere un libro sull’omicidio del cane, come faceva Doyle con i romanzi di Sherlock Holmes (uno degli eroi del ragazzo). La sua insegnante pensa sia una cosa valida, che possa aiutarlo, e quindi lo incoraggia e gli da qualche consiglio. Ma il padre di Christopher è contrario.

La madre di Christopher non c’è più: il padre ha detto al ragazzo che è morta in ospedale per un infarto. Ma durante le indagini sull’assassinio del cane una vicina rivela a Christopher che sua madre aveva una relazione con un vicino, il marito della proprietaria del cane. Quando il padre di Christopher, leggendo il libro, scopre questa cosa, si arrabbia e nasconde il libro. Cercando di ritrovare il suo libro Christopher scopre una serie di lettere che sua madre le ha scritto dopo essere scomparsa. All’inizio non crede sia sua madre, ma poi si accorge che è proprio così: sua madre non è morta ma è andata via di casa con un altro uomo.

Il padre è costretto a confessare la realtà: sua madre non è morta ma lui voleva che Christopher non soffrisse e gli ha inventato la storia dell’ospedale. Ed è costretto a confessare che è stato lui ad uccidere il cane in un impeto di rabbia.

Per Christopher crolla una certezza: uno degli elementi su cui basa la fiducia e la conoscenza degli altri è se questi amino gli animali. Scoprire che suo padre ha ucciso il cane significa non fidarsi più di lui. Nella sua testa nasce l’idea che così come ha ucciso il cane, suo padre potrebbe uccidere anche lui.

Decide di partire: ricorda a memoria l’indirizzo dell’appartamento della madre a Londra, riportato in una delle lettere che aveva scoperto. Una mattina, quindi, prende il treno e si reca a Londra. Non si rende conto di quanta confusione e quante persone dovrà incrociare lungo il cammino. E’ preso da “attacchi di panico” alla stazione e mentre accede alla metropolitana. Ma continua ad andare avanti finché non raggiunge la casa dove sua madre e l’ex marito della proprietaria di Wellington abitano.

Chiudo qui il racconto della trama, lasciando a voi la scoperta del finale.

Il libro racconta, con la voce del protagonista principale, la storia di un ragazzo autistico. Ma è scritto da un adulto (non autistico ma che ha lavorato con persone affette da sindrome di Asperger) – vedi Wikipedia (inglese) e sito personale. E la prima cosa che mi sono chiesto (ignorando del tutto l’argomento) è se il libro è verosimile. Fortunatamente ho potuto parlare con una persona che ha avuto a che fare con alcuni ragazzi autistici e mi ha confermato che il Christopher del libro è molto verosimile.

Bravo l’autore, quindi, a tratteggiare con tanta attenzione (ma anche tanta leggerezza) la personalità di un ragazzo che noi consideriamo “diverso”, che in realtà ha una sviluppatissima intelligenza logico-matematica che contrasta con le mille sfumature del comportamento umano sociale (è esplicativo, in tal senso, il capitolo 29). A parte questo Christopher non ha niente di diverso da noi, solo non riesce a comprendere quello che a volte noi facciamo perché va fuori dagli schemi della logica. Un po’ come “Spock”, il vulcaniano di Star Trek.

Credo inoltre che l’autore sia stato molto bravo a focalizzare il romanzo sul “giallo” (l’uccisione del cane) trattando, sotto sotto, un problema familiare: la madre di Christopher se n’è andata (lo racconta in una lettera) perché si riteneva incapace di poterlo accudire. Sicuramente è difficile trattare con un ragazzo che non si vuol far toccare (quando la madre trova Christopher davanti casa sua a Londra istintivamente lo abbraccia, ma Christopher si mette ad urlare), ma quello che ha fatto la madre è, comunque, fuggire. Ed anche il padre, probabilmente stanco e sicuramente arrabbiato verso sua moglie, ha sbagliato nel raccontare la bugia della madre morta ad un ragazzo per cui una cosa è vera o falsa (come in un sistema binario) e non ci sono sfumature nel mezzo.

Quella che viene raccontata, quindi, è la storia di una famiglia con le sue difficoltà, la voglia di proteggere il figlio, la pesantezza di adeguarsi alle sue esigenze. La storia del cane è solo un pretesto, anche se aprirà e chiuderà il libro.

E’ un libro che consiglio di leggere per due motivi: il primo è che sono d’accordo con quanto dice Oliver Sacks sulla copertina: “Un romanzo commovente, verosimile e molto divertente”. Il secondo è che attraverso questo romanzo si impara qualcosa (piccole cose, certo, ma interessanti) su una “malattia” (è fra virgolette perché non sono convinto si possa definire una “malattia” in senso stretto) con cui potremmo avere a che fare. Io personalmente, lavorando coi ragazzi, immagino che prima o poi potrei trovarmi faccia a faccia con un bambino autistico: questo libro non mi insegna come gestirlo ma sicuramente mi ha aiutato a comprendere alcune cose.

E’ stato definito un romanzo per adulti (l’autore ha scritto, principalmente, storie per ragazzi), ma credo che anche un adolescente possa leggerlo e trovarci dentro tante cose.

Quasi dimenticavo: non preoccupatevi se vedete che il primo capitolo è numerato come “2”: io pensavo ci fosse un errore di stampa e mancasse il primo capitolo. Poi ho capito quale numerazione ha usato Christopher. Non vi preoccupate: al capitolo 19 spiega lui stesso il perché della scelta.

Buona lettura.

Io, Nojoud, dieci anni, divorziata (Nojoud Ali)

Storia di una piccola bambina col coraggio di una grande donna

Quest’anno mi è presa così… sto leggendo storie (vere) di bambini, come quella di Iqbal Masih raccontata nel libro “Il fabbricante di sogni”, storie piene di tristezza, ma che aprono le porte della speranza, storie che spesso fanno arrabbiare ed indignare riuscendo, qualche volta, a cambiare il mondo.

Nojoud è una bambina yemenita, di “circa” 10 anni. In verità neppure lei sa la sua età precisa né il giorno del suo compleanno. Nata in un villaggio sperduto dello Yemen, sua madre l’ha partorita in casa così come ha fatto per gli altri fratelli e sorelle (in tutto più di 15).

Appena possibile Nojoud dà una mano in casa, come è normale per le bambine, ma riesce comunque anche a giocare con gli altri bambini nel villaggio. Finché un giorno, a causa di una lite del padre con altri componenti del villaggio, la famiglia si deve trasferire in fretta e furia.

Arrivano nella capitale, San’a, ed inizia una nuova vita. A causa della povertà – e della impossibilità del padre a mantenere un lavoro fisso – i bambini sono costretti ad elemosinare qualcosa o a vendere gomme e caramelle ai semafori delle strade.

Ma il vero cambiamento per Nojoud avviene quando suo padre le comunica che l’ha promessa sposa ad un uomo di oltre 30 anni, originario del vecchio villaggio. Peccato che Nojoud abbia solo 10 anni. Anzi, forse neppure quelli.

Abbandonata la scuola ed indossato il neqab (il velo che le copre tutto il volto escluso gli occhi – perché d’ora in poi solo lo sposo potrà vedere il volto della donna) Nojoud deve seguire il marito fino al vecchio villaggio, dove la suocera ed i parenti li attendono.

Al trauma del distacco dalla famiglia si aggiungono traumi fisici e psicologici che marcano con segni indelebili la piccola.

Fortunatamente il marito acconsente a recarsi a San’a per qualche giorno, così Nojoud può tornare in famiglia e chiedere aiuto al padre. Ma lui non vuol saperne: dice che ne va dell’onore della famiglia. Neppure la madre può aiutarla, perché comunque le decisioni le prendono gli uomini di famiglia ed è impossibile andare contro di loro.

Ma Nojoud non demorde. Brutalizzata nel fisico e nell’animo è decisa a chiedere aiuto a qualcuno e alla fine viene consigliata ad andare in tribunale per chiedere ad un giudice il divorzio.

Nella sua innocenza non si aspettava assolutamente tutto quello che il suo piccolo gesto ha scatenato. Accolta con cordialità da un giudice, riceve il supporto di altri 2 giudici e dell’avvocata Shada. Ma una volta che la storia varca i confini dello Yemen molte associazioni femminili e di tutela dei diritti dei bambini si mobilitano e Nojoud ottiene ciò che sperava: il divorzio dal suo brutale marito.

Questa non è una storia di fantasia, né si svolge in un tempo remoto. Questi fatti si sono svolti nel 2008 e anche la stampa italiana ne ha parlato (ho fatto una ricerca su google news). Certo, nel libro la storia è stata un attimo romanzata e si nota la mano di un “adulto” (presumo la stessa Delphine Minoui che ha redatto l’introduzione e l’epilogo). Nell’epilogo viene spiegato che i diritti di autore spettano comunque completamente a Nojoud, così che possa studiare e diventare un’avvocata come Shada.

La storia di Nojoud ha fatto il giro del mondo, ma soprattutto ha dato il coraggio ad altre ragazze yemenite di raccontare le loro storie, molto simili a quella di Nojoud. Se ci pensiamo, però, non è diversa dalle storie dei nostri avi: fino a meno di un secolo fa anche in Italia succedevano cose simili. Nello Yemen tribale questa è una tradizione che ancora vive per due motivi: la predominanza maschile (il capo famiglia ha il diritto di disporre dei figli come crede) e l’ignoranza. La stessa ignoranza che si trova in molti altri casi (come nella storia di Iqbal linkata all’inizio).

L’ignoranza è una brutta bestia, e purtroppo viene spesso alimentata per poter controllare la gente. Finché non verranno messi in pratica programmi globali di scolarizzazione ci troveremo sempre di fronte a storie come questa, o vicende di sfruttamento.

Sono però convinto di un’altra cosa: solo le donne potranno salvare il mondo. Magari non da sole, ma solo loro potranno, con piccoli e grandi gesti, trasformarlo piano piano. Come ha fatto Nojoud che con il suo coraggio (anche se accompagnato da una certa incoscienza) ha aperto una “porta” attraverso cui sono passate già altre ragazze (come raccontato nei capitoli finali del libro).

Vi confesso che ho comprato due copie del libro: una l’ho finita di leggere ieri e l’altra l’ho messa fra i regali di Natale. Perché penso che siano storie da conoscere, così che non si ripetano più.

Mentre vi invito alla lettura di questa storia, vi auguro un magnifico 2010.

Il peso della farfalla – Visita a un albero (Erri De Luca)

Storia di un cacciatore e di un camoscio che si re-incontrano alla fine dei loro giorni

Il piccolo libretto che prende, in copertina, il titolo del primo racconto (Il peso della farfalla) è nello stile di Erri De Luca, nel senso che finora ho sempre visto pubblicare per l’autore piccoli libretti, con uno o più racconti, tutti di circa 100 pagine.

“Visita a un albero” prende solo 9 pagine ed è un omaggio che De Luca fa ad un “cirmolo”, un parente dell’abete, nato sul bordo della montagna. L’autore racconta le sue soste sotto l’albero, ed il saluto al mondo fatto a cavalcioni del tronco coi piedi che penzolano nel vuoto della valle.

Più che un racconto, appunto, è un omaggio ed un ricordo di un albero che ha “cullato” l’autore, a volte lo ha ispirato ed è diventato un punto fisso delle sue escursioni in alta montagna.

“Il peso della farfalla” è a metà fra una favola ed una riflessione esistenziale. Potremmo definirla una favola per adulti. I personaggi sono due: un grande camoscio, re del branco, talmente grande che gli altri camosci non tentano neppure di sfidarlo. Ed un vecchio cacciatore di camosci, un tipo solitario, cresciuto in montagna, molto schivo ma anche profondo conoscitore di ogni centimetro di quel territorio.

La “favola” potrebbe benissimo essere ambientata in un qualsiasi periodo dell’era moderna: io ho preferito pensarla ambientata ai tempi nostri, ma quadrerebbe anche se traslata di 50 anni indietro.

Si conoscono da tempo il camoscio ed il cacciatore: da giovani il secondo uccise la madre del primo: l’odore di quel cacciatore e dell’olio usato per lubrificare l’arma è rimasto impresso nelle narici del camoscio fino alla vecchiaia. Ed ogni volta che il cacciatore saliva la montagna per predare il branco, il camoscio lo sentiva subito.

E’ strano il camoscio: non vive col branco. Lo controlla, sta vicino, ma si presenta solo nella stagione degli amori. Il resto dell’anno vive per conto suo, incrociando, certo, rare volte le compagne ed i figli, ma senza soffermarsi mai con loro. Si ripara nel bosco. Ha imparato a sfruttare nascondigli che i suoi simili non immaginerebbero.

Il cacciatore ha imparato, attraverso i suoi errori, a rispettare la natura e gli animali. Caccia per soddisfare le pance di turisti e sciatori, fornendo la carne ai ristoranti, ma si è dato una regola ferrea e la rispetta da anni. Si sente, comunque, un predatore, un “ladro di bestiame” nei confronti di Colui a cui tutto appartiene. E sa che dovrà pagare, alla fine, tutti i suoi “furti”.

E’ una mattina di novembre: cacciatore e camoscio si alzano stanchi, sanno che la loro ora si sta avvicinando. Nonostante sia il periodo del “calore” il camoscio non ha più voglia di affrontare gli altri camosci per mantenere la supremazia sul branco. Ma sa anche che non può andarsene così, scomparire nel nulla. Sente l’odore del cacciatore: anche lui si è alzato di buon mattino per salire in montagna. Il cacciatore vuole un trofeo, l’ultimo trofeo, il ciuffo – particolarmente bello nella stagione degli amori – che nasce sulla schiena del “re” camoscio. E’ stanco anche il cacciatore e si rende conto di non poter più vivere nella sua capanna ai bordi del bosco, solo, al freddo, isolato dal mondo.

E’ in quella mattina di novembre che il camoscio sorprende il cacciatore: gli arriva alle spalle mentre lui è sdraiato e sta controllando il branco attendendo proprio quel camoscio. Potrebbe saltargli addosso e sfondargli il petto con le unghie. Ma il camoscio non vuole uccidere: dimostra la sua supremazia pur risparmiando il cacciatore. E se ne va verso il branco.

“E’ l’ultima pallottola” si ripromette il cacciatore mentre prende la mira e spara. Conquista il trofeo, ma è estasiato dalla bellezza del camoscio. Come suo solito lo sventra, dando le interiora in pasto a corvi e altri uccelli che avevano fiutato l’occasione. Non può, non se la sente, il cacciatore, di lasciar smembrare il corpo alla natura: decide di seppellire il camoscio (la carne, nella stagione degli amori, diventa immangiabile). Se lo carica in spalle ed inizia il cammino verso il luogo dove lo seppellirà. Ma il camoscio è pesante, ed il respiro sempre più corto. Finché il peso di una farfalla bianca, che da sempre usava un corno del camoscio come casa, farà crollare tutto il mondo addosso al cacciatore.

Come detto all’inizio è una favola per grandi, una favola sul tempo che passa e sulla consapevolezza che ad ogni vita c’è una fine. Entrambi, cacciatore e camoscio, lo sanno, ma ognuno affronta la cosa in modo diverso. Il camoscio programma la sua uscita di scena: si fa sparare dal cacciatore. Sapeva bene che non avrebbe passato l’inverno. Anzi: molto probabilmente sarebbe stato sventrato ed ucciso da uno dei suoi figli che cercavano di prendere la sua posizione nel branco. Il cacciatore sentiva che l’ora stava arrivando, ma non se ne curava molto. Era consapevole che avrebbe dovuto rallentare la sua vita, smettere alcune cose, ridurne altre. Ma voleva un ultimo trionfo, qualcosa con cui chiudere la carriera e ritirarsi ad attendere la morte.

Entrambi hanno avuto, comunque, ciò che volevano. Entrambi sono stati strumento l’uno per i fini dell’altro, indipendentemente dalla nobiltà di tali scopi.

Avevo già letto qualcosa di Erri De Luca, ed il racconto che mi aveva “intrigato” più di tutti era “In nome della madre”, in cui presenta una immagine molto delicata ma non banale di Maria (madre di Cristo). Una delle cose che mi aveva colpito nel racconto di Maria era la delicatezza ed insieme l’asciuttezza delle frasi. Lo stesso stile, anche se con sfumature diverse, lo ritrovo in questo racconto: Erri non spreca parole, ma costruisce frasi alfabeticamente striminzite (fatte di poche parole) ma che contengono un mondo.

Mi viene spontaneo un confronto con Vecchioni. Entrambi gli autori sanno usare le parole. Ma mentre Roberto riesce a fonderle i poesia, o a tratteggiare con esse, sulla pagina bianca, arazzi ricchi di emozioni, De Luca sembra aver attinto dalla tradizione ebraica, inanellando le parole e le frasi come se fossero perle di una collana. Ogni frase una perla, seguita da un’altra perla, e poi un’altra ancora, fino a che la storia non è stata raccontata. Perle semplici e al tempo stesso belle; frasi secche e al tempo stesso ricche di significato.

E’ una bella esperienza leggere De Luca. Certo, non è detto che piaccia a tutti (ma è logico: ognuno ha i propri gusti e le proprie sensibilità – ed è giusto sia così), ma è innegabile che una certa emozione passi sotto pelle a chi legge.

Una curiosità. avevo avuto occasione di leggere una pagina del racconto prima di decidere di acquistarlo. Ebbene, inizialmente non mi era piaciuto. Riflettendoci penso che quel giudizio negativo sia stato dato dall’estrapolazione di una pagina fuori dal contesto del racconto – in parole povere non avendo iniziato il racconto dalla prima pagina non avevo compreso bene il frammento che avevo letto.

Questo insegna che non si deve mai giudicare un libro a partire da una pagina scelta a caso.

Non mi resta, a questo punto, che augurarvi buona lettura e buon anno nuovo.

Giochi di potere : Progetto Orion (Tom Clancy con Martin Greenberg)

Nuovo tentativo di affossare la UpLink, nuova battaglia fra “bene” e “male”, e nuova vittoria del bene (nel puro stile americano).

Ebbene, ci sono ricascato un’altra volta: ho acquistato un nuovo romanzo di Tom Clancy scritto a quattro mani con Martin Greenberg; uno della serie “Giochi di potere”.

Ora, detta così sembra sia uno schifo e che abbia buttato via i soldi. No, non è vero. Non mi è comunque dispiaciuto leggerlo (l’ho divorato in tre giorni), ma non è il “Tom Clancy” che conoscevo, quello di Jack Ryan e della Cia, quello che tira la tensione gradualmente, come un elastico, e la fa esplodere con un finale degno.

Ripeto, non che il racconto sia male: la tensione c’è, c’è voglia di arrivare alla fine, ma – come avevo notato nel precedente romanzo della serie (vedi post) – tutto si risolve in una bolla di sapone (narrativamente parlando). In parole povere quando arrivi all’ultimo capitolo ti viene da dire “tutto qui?”

A chi piacciono le storie alla James Bond (spionaggio ultrasofisticato, aggeggi elettronici ultramoderni e roba simile) questo libro piacerà, anche se – probabilmente – non arriverà nella top 5 delle personali liste degli amanti del genere.

La storia è semplice e, come sempre per i libri di Tom Clancy, si sviluppa nell’arco di pochi giorni in varie località del mondo. Protagonista è sempre la UpLink, società internazionale di telecomunicazioni, guidata da Roger Gordian con lungimiranza e saggezza.

Siamo ad Aprile 2011: la UpLink sta per mandare un nuovo satellite in orbita con l’Orion, uno Space Shuttle. Ma a 6 secondi dal lancio tutto comincia ad andare storto. In breve: un incendio distrugge lo shuttle e uccide uno degli uomini dell’equipaggio. Sabotaggio o guasto tecnico? L’indagine Nasa, dietro le spinte di Gordian (maggiore finanziatore del progetto) viene affidata ad Anne, collega dei “ragazzi” che dovevano andare nello spazio.

Contemporaneamente viene sferrato un attacco ad una delle sedi UpLink, in Brasile, dove si preparano componenti per la stazione spaziale. L’intento è quello di distruggere alcuni magazzini, ma uno dei capi della sicurezza intuisce le idee degli assalitori e ce la fa a salvare il magazzino.

L’organizzazione criminale dietro a tutto ciò è guidata da DeVane, un grossissimo trafficante di droga che ha intenzione di allargare i suoi affari. La sua idea è quella di mettere in orbita, nascosto in uno dei moduli della stazione spaziale prossimi al lancio, un piccolo apparecchio in grado di emettere un fascio concentrato di microonde capace di bloccare quasi tutti i circuiti elettrici (a meno che non abbiano una buona schermatura). Con tale apparecchio vuole ricattare le varie nazioni e infliggere danni alla stessa UpLink, rea – secondo lui – di portare stabilità nei paesi dove opera, con il conseguente calo di criminalità e di bisogno dei suoi servizi…

Insomma, la classica trama alla 007, in cui si intersecano le vite dei passeggeri di un treno deragliato (per provare lo strumento che emette microonde) e la vita di un nuovo agente (Tom Ricci) chiamato a dirigere la sicurezza interna della UpLink. Senza dimenticare il cinico e opportunista assassino, le vicende passate di alcuni personaggi e altri “contorni” che a volte ti fanno inquadrare meglio il personaggio ed altre, invece, appesantiscono la lettura. A pensarci bene è molto vicino alla sceneggiatura di un film… Chissà…

Arrivati al ventunesimo capitolo siamo al momento culminante: non si deve scatenare lo scontro finale, ma si presume che la UpLink abbia compreso almeno in parte cosa succede. Invece è solo consapevole che ci sono manovre per danneggiarla, ma i personaggi “buoni” non capiscono lo scopo finale dei “cattivi”.

Il tutto si risolve in una battaglia durante la quale viene sventato, in modo assolutamente inconsapevole, il piano criminale. Il capitolo ventunesimo è seguito da un “epilogo” in cui si cercano di dare alcune spiegazioni ma – anche da questo capitolo conclusivo – si capisce che la UpLink non ha assolutamente capito le intenzioni dei criminali né chi fossero i mandanti degli attacchi. Scusatemi la malizia, ma tutto questo sa tanto di: “comprate il prossimo libro e ne saprete di più”.

Non so se comprerò il prossimo libro, quasi sicuramente sì perché il nome “Tom Clancy” mi riporta alle emozioni dei primi suoi romanzi e mi dico che “forse stavolta siamo tornati ai livelli iniziali”. Speriamo.

Come detto all’inizio il romanzo non è male, ma non vale (per me) i 20 euro di copertina: se lo avessi saputo avrei aspettato una versione economica (fra 5 e 10 euro). Non sono soldi buttati via, ma se faccio il confronto con “La linea d’ombra” di Conrad, pagata 2 euro, Clancy ci perde di brutto.

Dai Tom, aspetto un nuovo romanzo nello stile “Jack Ryan”.

Buona lettura e buon Natale a tutti.

Il fabbricante di sogni (Andrew Crofts)

“Ma se tutti erano contro la schiavitù, come mai non era stata ancora abolita? Come mai gente come il suo padrone poteva impunemente tenere imprigionati tutti quei bambini?” (cap. 13)

Conoscevo già – anche se molto a sommi capi – la storia di Iqbal Masih: un bambino che ha avuto il coraggio di ribellarsi al padrone che lo aveva “acquistato” come schiavo per produrre tappeti.

Si tratta di una storia vera, forse un po’ romanzata ma vera, vissuta. Lo scrittore Andrew Crofts è un “gost writer” (vedi sito) che ha collaborato a tanti libri ed ha dato voce a questo bambino che ha cambiato la storia del Pakistan e – magari senza che noi ce ne accorgessimo – anche la nostra storia. Il titolo originale del libro è “The Little Hero” (il piccolo eroe). Per l’Italia è pubblicato da edizioni Piemme.

Più che raccontarvi la storia narrata nel libro, vi do alcune informazioni. In particolare ho ricercato alcune tracce della realtà della storia su Internet. Non che non credessi vera la storia, ma perché credo che sia importante essere pienamente consapevoli che quello che è stato raccontato è realmente accaduto.

Iniziamo dal protagonista: Iqbal Masih (vedi Wikipedia) è nato nel 1982 a Muridke, in Pakistan. A 4 anni ha iniziato a fabbricare tappeti: un fratellastro aveva bisogno di soldi per la dote per il suo matrimonio: chiede un prestito impegnando i fratellastri (Iqbal e Patras) con il padrone di una delle tante fabbriche di pregiatissimi tappeti pakistani. E’ costretto a lavorare, Iqbal, come tutti gli altri bambini, per molte ore al giorno, in condizioni disumane. Dopo un primo tentativo di fuga viene addirittura incatenato al telaio (dopo esser stato picchiato e tenuto in punizione per alcuni giorni). L’ignoranza del bambino stesso, ma anche della madre, è la causa principale dell’accettazione di questo stato di cose. Ma Iqbal non ci sta: nonostante la prima fuga fosse fallita (nel romanzo – e molto probabilmente la cosa è vera – è proprio un ufficiale di polizia che riporta Iqbal al “padrone” in cambio di una bustarella) ci riprova e riesce di nuovo a scappare. Trova Ehsan Khan, attivista e fondatore del Bonded Labour Liberation Front (organizzazione non governativa) che lo aiuta a ricostruirsi la vita che meritava. L’organizzazione permette ad Iqbal di studiare e appena diradate le nebbie dell’ignoranza, capisce che può aiutare tanti bambini che si trovano nella sua precedente condizione. Inizia ad essere parte attiva dell’organizzazione e a liberare molti bambini diventando “famoso” fino a ricevere il premio Reebok Human Right Award.

Il Bonded Labour Liberation Front (BLLF) sembra essere una organizzazione di origine indiana: è menzionato in questa pagina del sito del Child Rights Information Network, un sito che elenca le organizzazioni che si occupano dei diritti dei bambini. Sul BLLF pakistano ho trovato solo questa pagina, dove si nota una coincidenza particolare: l’email a cui contattarli è intestata a “Fatima”. Nel libro la figlia della maestra di Iqbal si chiama proprio Fatima.

Il Reebok Human Right Award è veramente un premio che l’azienda (conosciuta per la fabbricazione di articoli sportivi) assegna a personaggi (sotto i 30 anni) che operano per i diritti umani con mezzi non violenti. Oltre alle info su Wikipedia potete controllare il sito del premio, con la motivazione dell’onorificenza assegnato nel 1994 a Iqbal e un video che presente l’azione del bambino.

Tornando alla storia di Iqbal: il libro ci racconta che a causa del suo attivismo molte fabbriche di tappeti chiudono o non riescono più ad essere “competitive”. Prima con minacce scritte, poi cercando di screditare – a livello internazionale – Iqbal, l’associazione di produttori di tappeti passa al “contrattacco”. Ma una sera di Pasqua, quando Iqbal torna, da solo, dai suoi parenti a Muridke, un assassino lo uccide con una fucilata. Il libro parla, appunto, di una vendetta dei fabbricanti di tappeti. Non è una versione ufficiale: l’autore lo precisa in una postfazione. La polizia accusa un contadino, ma in pochi sono convinti da questa versione. Ho trovato una pagina in internet: una specie di articolo giornalistico, dove si parla di questo omicidio raccontando sia la versione ufficiale sia i sospetti sui fabbricanti di tappeti. Un altro articolo giornalistico sulla vicenda l’ho trovato sull’indipendent – sezione mondo.

Lo so: più che parlare del libro ho scritto una piccola indagine. Però credo di doverlo ad Iqbal. Quasi 10 anni fa sentii per la prima volta il suo nome: stavamo organizzando delle attività per i ragazzi dell’Azione Cattolica e non ricordo chi tirò fuori la storia di questo ragazzo, ma mi colpì ed il suo nome mi è rimasto sempre impresso. Quando ho visto il libro l’ho acquistato senza nemmeno pensarci.

Se devo essere sincero lo stile di scrittura non è granché: assomiglia molto ad un articolo giornalistico e non approfondisce più di tanto le sensazioni delle persone. A volte è addirittura un po’ sbrigativo. Credo però l’intento fosse proprio questo: mostrare la vita di Iqbal ed il suo impegno senza approfondire la sua personalità. In fondo è impossibile – adesso – parlare con lui e immaginare i suoi pensieri più profondi, descrivere le sue paure e le sue gioie sarebbe un azzardo: qualcosa lo si può scrivere (e l’autore l’ha fatto) ma è troppo rischioso immaginare la sua anima.

Leggetelo, regalatelo, fate girare questo libro. Le cose, ora, sono già molto cambiate rispetto a prima (più attenzione da parte di acquirenti di tappeti e di altri articoli prodotti in paesi poveri) ma c’è ancora moltissimo da fare.

Buona lettura. E buona visione: nel 1998 Cinzia Th Torrini ha girato un film sulla storia di Iqbal.