Scacco a Dio (Roberto Vecchioni)

“Le storie ribelli di chi vuol essere altro da sé”

Che Vecchioni mi appassionasse mi sembra di averlo già detto nei precedenti post. E’ soprattutto l’uso che fa della parola, della lingua italiana, che adoro: riesce a scrivere cose interessanti in forme interessanti senza essere troppo alto, troppo intellettualoide, senza usare termini troppo incomprensibili. Certo, qualche volta ci scappa un termine per cui sono costretto a cercare il significato sul dizionario, ma nel complesso riesco a leggere i suoi libri abbastanza speditamente.

Come è successo per un altro suo libro (“Viaggi del tempo immobile”, letto e recensito su Ciao.it perché ancora non avevo aperto il blog…), e come succede anche con le sue canzoni, nel libro troviamo storie di personaggi realmente esistiti, storie rivisitate da Vecchioni, narrate dall’immortale Teliqalipukt e ascoltate da un Dio che si presenta ora pittore, ora acrobata di circo, ora cuoco…

Il pretesto per la struttura del libro è una “presunta” crisi di Dio: un dubbio sul perché gli uomini Gli sfuggono. Come Vecchioni fa dire a “Dio” stesso: “Sembra quasi che lo facciano per farmi dispetto, gli uomini: arrivati ad un certo punto è come se s’incidessero un’altra linea della vita sulla mano. No, non parlo di peccati, quelli son minuzie: dico il corso del loro destino. E’ come se in un’immaginaria scacchiera non accettassero più le diagonali di un alfiere, i salti di un cavallo, le rette di una torre. E spacciano questa falsa libertà per uno scacco a me, uno scacco a Dio. Ecco cosa mi tormenta e cosa voglio capire: dove ho sbagliato?

Ma può Dio aver sbagliato? E’ una domanda che si pone Teliqalipukt, a cui Dio chiede, per superare questa “crisi”, di raccontargli storie di uomini, lui che li ha vissuti da vicino, li ha spiati, aiutati, ne ha vissuto le vicende umane con umana consapevolezza, pur rimanendo un immortale.

E si scoprono le storie di Oscar Wilde, di JFK, di Capablanca (giocatore di scacchi, il cui racconto da titolo al libro), di Shakespire e di tanti altri personaggi. Storie riviste, che non pretendono di essere la verità ma ne propongono una alternativa. O meglio: sono i personaggi (nella mente di Vecchioni) a decidere una alternativa al loro finale, ad incidersi una nuova linea della vita… Storie vere, ma solo nel piccolo mondo creato da questo romanzo. Tanto che Vecchioni stesso precisa, più di una volta, di essersi preso licenze narrative stravolgendo lo scorrere del tempo…

Non sto a raccontarvi le mille storie nella storia: sta a voi scoprirle ed ogni scoperta sarà accompagnata da una piccola sorpresa.

E’ interessante, invece, il colloquio fra Teliq (abbreviazione di Teliqalipukt) e Dio alla fine di ogni storia, così come sono interessanti i “travestimenti” di Dio. E anche qui aspettatevi una sorpresa (si può intuire quale sia, ma non ve la dico…).

Entrambi gli elementi li avevo già riscontrati nel precedente libro (Viaggi del tempo immobile) ma in questo sono ampliati.

Dio si presenta all’immortale sempre come un personaggio diverso. Tutti i personaggi, però, sono “creativi” nel loro campo: una volta è un pittore, un’altra una poetessa, e addirittura un rocker. Ma si mostra anche come cuoco, trapezista di circo… E mentre discute con Teliq o ascolta la sua storia crea: cucina, dipinge, esegue tripli salti mortali o assoli di chitarra da togliere il fiato.

E nel parlare con Teliq, nel fugare i dubbi che l’immortale propone – a volte inconsciamente, a volte consciamente – usa quel suo “essere” qualcuno per portare esempi; usa la storia appena narrata per indicare un insegnamento.

Così, se il colloquio fra Dio e Teliq è il pretesto per raccontarci vite straordinarie in modo straordinario, le storie diventano il pretesto per trarre un insegnamento, una morale, mai bacchettona né scontata. Per dirla in termini spicci: il libro non è un catechismo, ma fa conoscere Dio forse meglio di alcuni prelati…

Vecchioni si dimostra quasi “teosofo”, conoscitore profondo di Dio. In fondo aveva già “parlato” con Lui in una canzone: “La stazione di Zima” (ecco il testo su “angolotesti.it”). Già da allora – sembra – Vecchioni voleva capire meglio la vita, questo Dio che te la dona e poi sembra essere sempre assente. E forse questo libro è – in parte  – risposta alle domande che il cantautore stesso si era posto. Sicuramente deriva da sue riflessioni, da una sua crescita, spirituale o meno, dalla sua ricerca.

Se volete, ho trovato su AffariItaliani.it il primo capitolo del libro: ecco il link. Sono circa 6 pagine e può darvi una buona idea di come è questo libro.

A chi consiglio il libro? Vi confesso che come catechista vorrei regalarlo ad alcuni preti che conosco, ma so che qualcuno – non usando la mia stessa chiave di lettura – non lo comprenderebbe o comunque non recepirebbe lo stesso messaggio che ho estrapolato io. E’ un libro adatto a chi sta già facendo un cammino (ed ha già percorso un bel tratto di strada), a chi si pone domande. Certo, può essere letto anche come romanzo, come semplice raccolta di storie. In fondo l’immagine di Dio nel libro è simpatica e molto umana (ma mai blasfema), e le storie dei personaggi sono affascinanti. Ma – secondo me – il messaggio del libro non si esaurisce fra i tratti di inchiostro: va ben oltre.

Forse per capirlo bisogna capire da dove la storia è partita. Per questo vi saluto non con il semplice “buona lettura” ma con un brano tratto proprio da “La stazione di Zima”:

-Non scendere- mi dici,-continua con me questo viaggio!-
E così sono lieto di apprendere che hai fatto il cielo e milioni di stelle inutili come un messaggio, per dimostrarmi che esisti, che ci sei davvero.
Ma vedi, il problema non è che tu sia o non ci sia: il problema è la mia vita quando non sarà più la mia, confusa in un abbraccio senza fine, persa nella luce tua sublime, per ringraziarti non so di cosa e perché.

Lasciami questo sogno disperato di esser uomo,
lasciami quest’orgoglio smisurato di esser solo un uomo:
perdonami, Signore, ma io scendo qua, alla stazione di Zima.

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