Blade runner (Philip K. Dick)

Storia di un cacciatore di taglie che ha una crisi mistica…

Fanucci editore ha preso, ultimamente, quella che mi sembra una cattiva abitudine: intitolare i libri (romanzi o raccolte di racconti) di Dick con i titoli dei film tratti dagli stessi. Perché una cattiva abitudine? Perché – per chi non lo sa – i film sono spesso adattamenti (anche marcatamente diversi) dei romanzi dell’autore statunitense.

Sapevo che questo libro non era il film, anzi: proprio per quello l’ho comprato. Da quando l’ho visto per la prima volta, Blade runner mi ha affascinato. Da quando ho iniziato a leggere romanzi di Dick sono rimasto ancora più affascinato e mi ero da sempre ripromesso di leggere il libro (contravvenendo, anche, ad una mia regola: mai vedere film di libri letti, mai leggere libri di film visti).

A proposito: il titolo originale (italiano) del romanzo è “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”. E la trasposizione in elettronico della tecnica tutta umana di contare le pecore per addormentarsi è preludio ad un mondo molto particolare immaginato da Philip in questo suo romanzo.

La storia combacia – per alcuni versi – col film: il poliziotto Rick Deckard è un cacciatore di taglie specializzato nel “ritirare” androidi illegalmente presenti sulla terra. La storia la riduco al minimo: un collega, che stava lavorando al ritiro di un gruppo di androidi, viene colpito e quasi ucciso da uno di loro. Il lavoro viene passato a Deckard il quale, seguendo le tracce già raccolte dal collega, nonostante alcuni contrattempi e rischiando due volte di rimanere ucciso, riesce a stanare i 6 androidi.

Se nel film la storia è ambientata in un futuro indefinito dove la costante pioggia è dovuta all’inquinamento, nel libro la vicenda è ambientata alla fine del ventesimo secolo (intorno agli anni ‘90) e la pioggia è radioattiva, residuo dell’ “ultima guerra mondiale” (fatto inquietante: perché non la “terza guerra mondiale” o la quarta? Perché l’ultima?). Questa guerra ha decimato la popolazione della terra ma, fatto ancora più grave, ha sterminato quasi completamente la popolazione animale (cosa che dal film – per esempio – non si capisce). Possedere un animale è uno status simbol, anzi: è di più, perché trovare un animale vivo, specialmente di una specie creduta estinta, significa ricevere una menzione d’onore dall’Onu stessa, oltre ad una cifra stratosferica di denaro. Non tutti possono permettersi un animale vero: è possibile comprare un animale elettronico, tipo una pecora (come quella che ha Deckard sul suo terrazzo) e far finta che sia vera. Anche i “riparatori” degli animali elettrici si sono organizzati: i loro fugoni sembrano appartenere a cliniche veterinarie, in modo da poter garantire ai possessori dei “surrogati” di animale la giusta riservatezza sul loro segreto.

Dopo la tragedia della guerra l’unica salvezza del genere umano è la nuova religione: il Mercerianesimo. Si professa la fusione degli uomini: Mercer è come un catalizzatore attraverso cui tutti possono condividere le preoccupazioni, le gioie, i dolori della giornata. Attraverso una “scatola empatica” gli uomini provano – come dice l’apparecchio – empatia per gli altri uomini.

Gli androidi sono prodotti da alcune multinazionali: sono uomini “robotizzati”. Nel film sono esseri umani geneticamente modificati, mentre Dick li immaginava, nel libro, come automi biologici: in pratica carne che racchiude meccanismi elettromeccanici per il movimento. Ed il loro cervello – nel libro – è descritto più come un computer che come un insieme di neuroni.

Prodotto in fabbriche automatiche su Marte, in diversi modelli, per scopi diversi, un androide del libro non è un essere speciale come quello del film. Gli androidi sono i moderni “schiavi” di questo nuovo mondo. Essenziali per la colonizzazione di nuovi pianeti (la Terra è ormai invivibile e solo in pochi sono rimasti su questo pianeta), sono ritenuti pericolosi sul nostro pianeta. Il Roy Baty del libro è molto più ordinario del suo omonimo del film. In generale un androide (anche l’unità più recente: la Nexus-6) è comunque meno intelligente di un umano e con riflessi appena un po’ più lenti.

Ma soprattutto gli androidi non sono capaci di empatia: su questa caratteristica si basa la scala Voigt-Kampff. Comparando i risultati di un test sulle reazioni empatiche con la suddetta scala si può capire se la persona che si ha di fronte è un androide o meno. Ed è con questo test che Deckard scova gli androidi che gli sono posti dinanzi.

Ma Rick inizia ad avere qualche dubbio: non riesce a comprendere come alcuni androidi possano essere pericolosi. Il problema fondamentale è l’empatia: se un essere non prova empatia per un altro essere, il primo non avrà nessun problema – nessun rimorso di coscienza – nell’affrontare e, nel caso sopprimere, il secondo.

Il finale del libro (come spesso succede) è completamente diverso dal film. Se nella pellicola cinematografica si ha un epico scontro fra Deckart e Baty, scontro in cui – ammettetelo – avete, come me, almeno in parte patteggiato per l’androide, nel libro si risolve tutto con due colpi di pistola. Nel film viene dato risalto alla voglia di vivere di Baty: l’epica frase “ho visto cose che voi umani non potreste immaginare” è un inno alle vita e alla ricchezza delle sue esperienze, e la conclusione “è tempo di morire” esalta tutta la pesantezza dell’impossibilità, per Baty, di condividere con gli altri la sua esistenza.

Il libro si concentra, invece, più sula figura di Rick Deckard e della sua ascesa mistica che lo porta, alla fine, ad identificarsi con il fondatore della nuova religione: Mercer. Rick riconosce che è sbagliato uccidere gli androidi: chiede a Mercer cosa deve fare e lui gli risponde che è un lavoro che va fatto, anche se sbagliato. Dopo aver ritirato tutti gli androidi, schifato, il poliziotto cerca di fuggire in un luogo solitario. Si ritrova fra le rovine nord della città. Lì fa una esperienza di fusione con Mercer senza bisogno della scatola empatica. E’ un salto di “qualità” della sua vita: è un passaggio di livello. Rick sembra guadagnare un livello di comprensione maggiore (trova un rospo, un simbolo – quasi un animale guida – di Mercer, ormai estinto), ma rimane deluso quando scopre che è un animale elettrico, una copia meccanica. E’ forse il destino che scherza con lui? Prima lo eleva ad un semi dio e poi lo ricaccia in quella polvere radioattiva che è costretto a respirare ogni giorno.

A legger fra le righe – e siamo costretti a farlo se non vogliamo rendere il romanzo un banale racconto – ho notato una complessità molto maggiore in questa storia rispetto a racconti dello stesso autore già letti. Parlo di sensazioni ed intuizioni personali, quindi potrei sbagliarmi, ma vedo in questo romanzo tutta la delusione di Dick. Partiamo dall’ “ultima guerra mondiale”: Dick ha ambientato molti dei suoi romanzi all’interno di una situazione di conflitto o poco dopo la sua chiusura. Perché l’ultima, dicevo all’inizio? Dick non da più di tanta fiducia agli esseri umani: vede continui e sempre peggiori conflitti sul nostro pianeta, uno scontro continuo, sempre più intenso, fra di noi oppure con mondi extraterrestri. A riprova di questa intuizione sta il fatto che spesso, nei suoi romanzi, Dick “classifica” le persone: o meglio “fa classificare”, dividere in classi, la popolazione. In questo racconto Isidore è considerato dagli altri “un cervello di gallina”, uno “speciale” (potremmo usare i termini “minorato mentale”). E gli “speciali” non possono accedere a certi compiti, non possono emigrare (fuggire dalla terra), vengono più o meno consciamente emarginati. Anche gli androidi lo considerano inferiore a loro stessi.

Se si analizza la figura di Deckard e la sua evoluzione nelle 48 ore in cui si svolge la storia, si notano diverse fasi: il dubbio iniziale sulla correttezza dei sistemi di valutazione di un androide (la scala Voigt-Kampff), la stanchezza di fare quel lavoro, la consapevolezza (dapprima in forse, poi sempre più certa) che il “ritirare” un androide non è giusto, la presa di coscienza di una empatia verso gli androidi, l’identificazione con l’entità guida (Mercer), la disillusione dell’animale-icona.

Dopo aver ritirato i primi tre androidi Deckard compra una vera capra nera nubiana: si indebita (dovrà pagare diverse rate) per avere quell’animale vivo, vero, e non più la pecora elettronica. Ma lo fa soprattutto per scacciare la depressione che lo sta inondando e riacquistare un po’ di sicurezza (mantenere un animale vivo in buona salute è già un grosso impegno per noi, immaginatevi cosa può voler dire in un mondo dove animali veri non ne esistono quasi più).

Ritirare gli altri tre androidi diventa quindi una necessità: per pagare le rate della capra. Si nota una certa ipocrisia, accompagnata da un buon cinismo, fra quanto Rick ha provato in precedenza e quanto invece fa adesso. Non aveva nessuna voglia di uccidere i restanti tre droidi, ma si auto-obbliga a farlo per poter sostenere le rate dell’investimento appena fatto.

Eppure il maggior cinismo è attribuito agli androidi: Baty confessa ad Isidore (il cervello di gallina) che un androide sarebbe subito corso a denunciare loro tre (Baty, sua moglie e Pris) in cambio di denaro, cosa che Isidore non fa. Non capisce Baty che ad Isidore interessa la compagnia, non il denaro.

Vi confesso che sia il comportamento di Deckard che quello degli androidi mi stanno facendo un po’ pensare. Non riesco a mettere bene a fuoco il messaggio che Dick vuol lanciare: se si tratta di una velata ironia dell’uomo o di un accusa verso alcuni suoi comportamenti. Ci penserò stanotte.

Voglio lasciarvi, però, un ultima nota: guardando solo al romanzo in sé stesso, cioè a come fila la storia (la logica con cui sono legati gli eventi), non mi sembra uno dei romanzi meglio riusciti di Dick: ci sono forse alcune interferenze. Per esempio Deckard viene portato in una fasulla centrale di polizia e lì uccide uno degli androidi a cui da la caccia. A parte la situazione (l’androide si fa praticamente uccidere non riuscendo a gestire la cosa), la questione non è approfondita: quella finta centrale è praticamente una copertura per un gruppo di androidi. Eppure: finito il passaggio di Deckard = finiti i riferimenti a quella centrale. Se fossi stato Deckard avrei avvertito il mio superiore, invece lui non fa nulla.

La trama del film, seppur semplificata, è più lineare: si capisce bene cosa cercano gli androidi (nel libro il fatto di morire giovani è solo accennato): una speranza di vita. Nel libro questa cosa è molto più nebulosa…

Se volete iniziare a leggervi Dick non vi consiglio questo libro, perché ne uscireste confusi. Partite con qualche raccolta di racconti (nella sua biografia su Wikipedia trovate un elenco – credo – completo) e – se vi piace – continuate piano piano con i primi romanzi per approdare solo dopo un certo periodo a questo.

Buonanotte (per me è ora di andare a letto) e buona lettura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *