Il responsabile delle risorse umane (Abraham B. Yehoshua)

Storia di un uomo che accompagnando una morta ritrova il senso della vita.

Abraham B. Yehoshua mi piacque con “La sposa liberata”. Anche se nella mia scala di autori preferiti non rientra nei primi posti, leggo con piacere, ogni tanto, i suoi romanzi.

Non sono romanzi facili, perché scavano nell’uomo. Sia in questo che ne “La sposa liberata” i protagonisti sono rivoltati come calzini. In entrambi i romanzi, però, questa analisi del personaggio nasce da un senso di inadeguatezza, da una leggera apatia verso la vita, propria del personaggio. E attraverso questa analisi il personaggio percorre un cammino che lo porta a ritrovare sé stesso ed il senso più profondo di quello che fa.

La storia è possibile riassumerla in pochi paragrafi (ed anche il libro, rispetto agli ultimi da me letti, può essere considerato “piccolo”: circa 150 pagine).

Un israeliano di oltre 30 anni è diventato Responsabile delle risorse umane in un panificio industriale di Gerusalemme. Una sua operaia (immigrata, assunta a tempo determinato con mansioni di pulizia delle strutture) muore in un attentato, ma nessuno se ne accorge: a Gerusalemme lei non ha parenti ed ha legato poco coi vicini. Nel panificio il suo capo turno, inoltre, si era infatuato di lei e aveva preferito allontanarla licenziandola ma senza avvertire l’ufficio del personale.

Un giornalista, saputo che il corpo della donna era fermo, da una settimana, in obitorio senza che nessuno si occupasse di lei, sfrutta l’unico indizio che trova (il cedolino paga mezzo bruciacchiato) per intessere un articolo infamante che accusa di mancanza di umanità (menefreghismo verso il personale) l’azienda presso cui lavorava.

Per correre ai ripari (ma – secondo me – anche con l’idea di ribaltare la cosa e farla diventare pubblicità in suo favore) il proprietario dell’azienda incarica il responsabile delle risorse umane di scoprire chi fosse la morta. E, dopo averlo scoperto, gli chiede di accompagnare il suo corpo al suo Paese di origine, dove verrà data sepoltura alla salma; ed aggiunge la possibilità di un indennizzo alla famiglia (la donna era separata dal marito, aveva un figlio adolescente e sua madre era ancora in vita).

Inizia il viaggio ed iniziano le difficoltà: ma il responsabile – ormai determinato a compiere la sua missione – arriva fino in fondo. Solo che il punto finale della storia riserva una sorpresa: la madre della vittima chiede che sua figlia sia sepolta in Gerusalemme, città dove aveva riposto le sue speranze per una vita migliore.

La salma, il viaggio verso il suo paese natale e tutte le difficoltà sono, però, soltanto un pretesto per conoscere meglio il responsabile delle risorse umane. Tutto il libro, anche se non sembra, si concentra su di lui e sul suo cambiamento: se all’inizio la questione gli sembra solo una scocciatura, alla fine si sarà convinto che quella persona (che lui ha incontrato per il colloquio di lavoro, ma di cui non ricorda nessun dettaglio) è sotto la sua responsabilità e non si darà pace fino a che non l’avrà sepolta secondo i desideri della sua famiglia (il figlio e la madre).

E durante questo viaggio il responsabile delle risorse umane ritrova – forse – il vero significato della parola “umane”. Riallaccia relazioni con il mondo che gli sta intorno, e da cui si faceva, ultimamente, solo sfiorare. Inizia a vedere anche sua figlia, a cui è sempre stato legato, sotto una luce nuova. Persino l’astio della ex-moglie sembra addolcirsi.

Una cosa particolare che si nota dopo le prime pagine è che nessuno dei personaggi ha un nome. Solo la morta, Julia, è degna di questa caratteristica. Tutti gli altri personaggi sono indicati in base alle relazioni verso di lei: la madre ed il figlio di Julia, il responsabile delle risorse umane ed il proprietario dell’azienda dove Julia lavorava, i medici e l’ospedale che si sono presi cura di Julia dopo l’attentato, il giornalista che vuol raccontare la storia di Julia.

Una cosa simile mi era capitata con Bartleby lo scrivano, di Melville. Ed anche ora, come allora, penso che questo sia un “trucco” per aiutare il lettore ad immedesimarsi nel protagonista. Ma forse, in questo caso c’è di più: sembra che l’autore voglia lanciare un messaggio, voglia dire ai lettori che le vite di tutti noi sono collegate e che è importante che ognuno di noi si interessi agli altri. Il responsabile delle risorse umane ricorda sempre con più dolore il fatto di non ricordare il colloquio con Julia. Eppure ha parlato per un po’ di tempo con lui, tanto che lui stesso ha redatto il suo curriculum. Ma non la ricorda, non le è rimasta impressa, nonostante tutti la indichino come bella. E la sofferenza di questa “dimenticanza” si fa piano piano più acuta.

Un passaggio particolare, nella storia, è l’avvelenamento del responsabile delle risorse umane. Durante il viaggio si arrischia a bere una pozione che neppure lui sa cosa sia. Dopo pochissime ore insorgono fortissimi attacchi di diarrea e vomito. La sua dignità è persa… sporco e puzzolente, i suoi compagni di viaggio e i militari che lo ospitano si prendono cura di lui pulendolo e vegliandolo. Durante la malattia è costretto anche a indossare dei pannoloni per evitare di sporcare tutto l’ambiente. Prima del viaggio non avrebbe sopportato una simile umiliazione, ma adesso accetta l’aiuto, perché ha iniziato a capire che anche lui – nonostante in passato abbia voluto sempre cavarsela da solo – dipende dagli altri.

Potremo quindi definirlo un romanzo educativo, una storia che può far riflettere, un messaggio all’umanità. Non è una storia che avvince dalle prime pagine: devi leggerla con pazienza finché non ti scatta il desiderio di comprendere sia come andrà a finire sia il messaggio celato fra le righe. Il buffo è che non ha una fine: non si decide dove seppellire la donna neppure nell’ultimo rigo dell’ultima pagina, anche se il responsabile ha un’idea chiara di quello che vuol fare.

E’ un romanzo da assaporare con calma, a tratti anche ironico e un po’ divertente. Nasce da una mentalità un po’ diversa dalla nostra e a volte si incontrano paragrafi un po’ troppo filosofeggianti o idee che a noi possono sembrare strane. A pensarci bene anche la storia è un po’ assurda: chi affronterebbe un viaggio simile per restituire una morta a sua madre? Visto che il corpo non ha problemi di decomposizione prima si cercherà di rintracciare la madre e gli altri familiari, e poi si prenderanno accordi per la sepoltura senza trascinarsi dietro una bara per tanto tempo…

Buona lettura.

Blade runner (Philip K. Dick)

Storia di un cacciatore di taglie che ha una crisi mistica…

Fanucci editore ha preso, ultimamente, quella che mi sembra una cattiva abitudine: intitolare i libri (romanzi o raccolte di racconti) di Dick con i titoli dei film tratti dagli stessi. Perché una cattiva abitudine? Perché – per chi non lo sa – i film sono spesso adattamenti (anche marcatamente diversi) dei romanzi dell’autore statunitense.

Sapevo che questo libro non era il film, anzi: proprio per quello l’ho comprato. Da quando l’ho visto per la prima volta, Blade runner mi ha affascinato. Da quando ho iniziato a leggere romanzi di Dick sono rimasto ancora più affascinato e mi ero da sempre ripromesso di leggere il libro (contravvenendo, anche, ad una mia regola: mai vedere film di libri letti, mai leggere libri di film visti).

A proposito: il titolo originale (italiano) del romanzo è “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”. E la trasposizione in elettronico della tecnica tutta umana di contare le pecore per addormentarsi è preludio ad un mondo molto particolare immaginato da Philip in questo suo romanzo.

La storia combacia – per alcuni versi – col film: il poliziotto Rick Deckard è un cacciatore di taglie specializzato nel “ritirare” androidi illegalmente presenti sulla terra. La storia la riduco al minimo: un collega, che stava lavorando al ritiro di un gruppo di androidi, viene colpito e quasi ucciso da uno di loro. Il lavoro viene passato a Deckard il quale, seguendo le tracce già raccolte dal collega, nonostante alcuni contrattempi e rischiando due volte di rimanere ucciso, riesce a stanare i 6 androidi.

Se nel film la storia è ambientata in un futuro indefinito dove la costante pioggia è dovuta all’inquinamento, nel libro la vicenda è ambientata alla fine del ventesimo secolo (intorno agli anni ‘90) e la pioggia è radioattiva, residuo dell’ “ultima guerra mondiale” (fatto inquietante: perché non la “terza guerra mondiale” o la quarta? Perché l’ultima?). Questa guerra ha decimato la popolazione della terra ma, fatto ancora più grave, ha sterminato quasi completamente la popolazione animale (cosa che dal film – per esempio – non si capisce). Possedere un animale è uno status simbol, anzi: è di più, perché trovare un animale vivo, specialmente di una specie creduta estinta, significa ricevere una menzione d’onore dall’Onu stessa, oltre ad una cifra stratosferica di denaro. Non tutti possono permettersi un animale vero: è possibile comprare un animale elettronico, tipo una pecora (come quella che ha Deckard sul suo terrazzo) e far finta che sia vera. Anche i “riparatori” degli animali elettrici si sono organizzati: i loro fugoni sembrano appartenere a cliniche veterinarie, in modo da poter garantire ai possessori dei “surrogati” di animale la giusta riservatezza sul loro segreto.

Dopo la tragedia della guerra l’unica salvezza del genere umano è la nuova religione: il Mercerianesimo. Si professa la fusione degli uomini: Mercer è come un catalizzatore attraverso cui tutti possono condividere le preoccupazioni, le gioie, i dolori della giornata. Attraverso una “scatola empatica” gli uomini provano – come dice l’apparecchio – empatia per gli altri uomini.

Gli androidi sono prodotti da alcune multinazionali: sono uomini “robotizzati”. Nel film sono esseri umani geneticamente modificati, mentre Dick li immaginava, nel libro, come automi biologici: in pratica carne che racchiude meccanismi elettromeccanici per il movimento. Ed il loro cervello – nel libro – è descritto più come un computer che come un insieme di neuroni.

Prodotto in fabbriche automatiche su Marte, in diversi modelli, per scopi diversi, un androide del libro non è un essere speciale come quello del film. Gli androidi sono i moderni “schiavi” di questo nuovo mondo. Essenziali per la colonizzazione di nuovi pianeti (la Terra è ormai invivibile e solo in pochi sono rimasti su questo pianeta), sono ritenuti pericolosi sul nostro pianeta. Il Roy Baty del libro è molto più ordinario del suo omonimo del film. In generale un androide (anche l’unità più recente: la Nexus-6) è comunque meno intelligente di un umano e con riflessi appena un po’ più lenti.

Ma soprattutto gli androidi non sono capaci di empatia: su questa caratteristica si basa la scala Voigt-Kampff. Comparando i risultati di un test sulle reazioni empatiche con la suddetta scala si può capire se la persona che si ha di fronte è un androide o meno. Ed è con questo test che Deckard scova gli androidi che gli sono posti dinanzi.

Ma Rick inizia ad avere qualche dubbio: non riesce a comprendere come alcuni androidi possano essere pericolosi. Il problema fondamentale è l’empatia: se un essere non prova empatia per un altro essere, il primo non avrà nessun problema – nessun rimorso di coscienza – nell’affrontare e, nel caso sopprimere, il secondo.

Il finale del libro (come spesso succede) è completamente diverso dal film. Se nella pellicola cinematografica si ha un epico scontro fra Deckart e Baty, scontro in cui – ammettetelo – avete, come me, almeno in parte patteggiato per l’androide, nel libro si risolve tutto con due colpi di pistola. Nel film viene dato risalto alla voglia di vivere di Baty: l’epica frase “ho visto cose che voi umani non potreste immaginare” è un inno alle vita e alla ricchezza delle sue esperienze, e la conclusione “è tempo di morire” esalta tutta la pesantezza dell’impossibilità, per Baty, di condividere con gli altri la sua esistenza.

Il libro si concentra, invece, più sula figura di Rick Deckard e della sua ascesa mistica che lo porta, alla fine, ad identificarsi con il fondatore della nuova religione: Mercer. Rick riconosce che è sbagliato uccidere gli androidi: chiede a Mercer cosa deve fare e lui gli risponde che è un lavoro che va fatto, anche se sbagliato. Dopo aver ritirato tutti gli androidi, schifato, il poliziotto cerca di fuggire in un luogo solitario. Si ritrova fra le rovine nord della città. Lì fa una esperienza di fusione con Mercer senza bisogno della scatola empatica. E’ un salto di “qualità” della sua vita: è un passaggio di livello. Rick sembra guadagnare un livello di comprensione maggiore (trova un rospo, un simbolo – quasi un animale guida – di Mercer, ormai estinto), ma rimane deluso quando scopre che è un animale elettrico, una copia meccanica. E’ forse il destino che scherza con lui? Prima lo eleva ad un semi dio e poi lo ricaccia in quella polvere radioattiva che è costretto a respirare ogni giorno.

A legger fra le righe – e siamo costretti a farlo se non vogliamo rendere il romanzo un banale racconto – ho notato una complessità molto maggiore in questa storia rispetto a racconti dello stesso autore già letti. Parlo di sensazioni ed intuizioni personali, quindi potrei sbagliarmi, ma vedo in questo romanzo tutta la delusione di Dick. Partiamo dall’ “ultima guerra mondiale”: Dick ha ambientato molti dei suoi romanzi all’interno di una situazione di conflitto o poco dopo la sua chiusura. Perché l’ultima, dicevo all’inizio? Dick non da più di tanta fiducia agli esseri umani: vede continui e sempre peggiori conflitti sul nostro pianeta, uno scontro continuo, sempre più intenso, fra di noi oppure con mondi extraterrestri. A riprova di questa intuizione sta il fatto che spesso, nei suoi romanzi, Dick “classifica” le persone: o meglio “fa classificare”, dividere in classi, la popolazione. In questo racconto Isidore è considerato dagli altri “un cervello di gallina”, uno “speciale” (potremmo usare i termini “minorato mentale”). E gli “speciali” non possono accedere a certi compiti, non possono emigrare (fuggire dalla terra), vengono più o meno consciamente emarginati. Anche gli androidi lo considerano inferiore a loro stessi.

Se si analizza la figura di Deckard e la sua evoluzione nelle 48 ore in cui si svolge la storia, si notano diverse fasi: il dubbio iniziale sulla correttezza dei sistemi di valutazione di un androide (la scala Voigt-Kampff), la stanchezza di fare quel lavoro, la consapevolezza (dapprima in forse, poi sempre più certa) che il “ritirare” un androide non è giusto, la presa di coscienza di una empatia verso gli androidi, l’identificazione con l’entità guida (Mercer), la disillusione dell’animale-icona.

Dopo aver ritirato i primi tre androidi Deckard compra una vera capra nera nubiana: si indebita (dovrà pagare diverse rate) per avere quell’animale vivo, vero, e non più la pecora elettronica. Ma lo fa soprattutto per scacciare la depressione che lo sta inondando e riacquistare un po’ di sicurezza (mantenere un animale vivo in buona salute è già un grosso impegno per noi, immaginatevi cosa può voler dire in un mondo dove animali veri non ne esistono quasi più).

Ritirare gli altri tre androidi diventa quindi una necessità: per pagare le rate della capra. Si nota una certa ipocrisia, accompagnata da un buon cinismo, fra quanto Rick ha provato in precedenza e quanto invece fa adesso. Non aveva nessuna voglia di uccidere i restanti tre droidi, ma si auto-obbliga a farlo per poter sostenere le rate dell’investimento appena fatto.

Eppure il maggior cinismo è attribuito agli androidi: Baty confessa ad Isidore (il cervello di gallina) che un androide sarebbe subito corso a denunciare loro tre (Baty, sua moglie e Pris) in cambio di denaro, cosa che Isidore non fa. Non capisce Baty che ad Isidore interessa la compagnia, non il denaro.

Vi confesso che sia il comportamento di Deckard che quello degli androidi mi stanno facendo un po’ pensare. Non riesco a mettere bene a fuoco il messaggio che Dick vuol lanciare: se si tratta di una velata ironia dell’uomo o di un accusa verso alcuni suoi comportamenti. Ci penserò stanotte.

Voglio lasciarvi, però, un ultima nota: guardando solo al romanzo in sé stesso, cioè a come fila la storia (la logica con cui sono legati gli eventi), non mi sembra uno dei romanzi meglio riusciti di Dick: ci sono forse alcune interferenze. Per esempio Deckard viene portato in una fasulla centrale di polizia e lì uccide uno degli androidi a cui da la caccia. A parte la situazione (l’androide si fa praticamente uccidere non riuscendo a gestire la cosa), la questione non è approfondita: quella finta centrale è praticamente una copertura per un gruppo di androidi. Eppure: finito il passaggio di Deckard = finiti i riferimenti a quella centrale. Se fossi stato Deckard avrei avvertito il mio superiore, invece lui non fa nulla.

La trama del film, seppur semplificata, è più lineare: si capisce bene cosa cercano gli androidi (nel libro il fatto di morire giovani è solo accennato): una speranza di vita. Nel libro questa cosa è molto più nebulosa…

Se volete iniziare a leggervi Dick non vi consiglio questo libro, perché ne uscireste confusi. Partite con qualche raccolta di racconti (nella sua biografia su Wikipedia trovate un elenco – credo – completo) e – se vi piace – continuate piano piano con i primi romanzi per approdare solo dopo un certo periodo a questo.

Buonanotte (per me è ora di andare a letto) e buona lettura.

Tristano, Tonio Kroger (T. Mann)

Ti chiamo Kroger, perché il tuo nome è così pazzo, scusami sai, ma Tonio non lo posso soffrire…

Credo che Mann stia facendo su di me lo stesso effetto che fa una lampadina ad una falena: nonostante abbia già sperimentato la sua complessità (e la pesantezza di lettura) con “La montagna incantata” sono tornato a comprare un suo libro.

Ci sono 4 racconti in questo libro: “Tristano” e “Tonio Kroger” (già letti) e “La morte a Venezia” e “Cane e padrone” (lascerò passare qualche settimana prima di leggerli).

Se devo essere sincero non so cosa mi attiri di Mann. Certo, usa un linguaggio che mi piace, molto curato, forbito (tanto che a volte ho bisogno di una sbirciata nel dizionario). Però non è solo il linguaggio (che, oltretutto, è influenzato dal traduttore – in questo caso Brunamaria Dal Lago Veneri – che mi è sembrata molto brava) che mi attira.

A favore di Mann ci sono anche le tematiche trattate, e a dirla tutta lo considero più un filosofo che un romanziere. Certo, una delle tematiche che ricorre è la morte: come Castorp (nella Montagna incantata) anche i protagonisti dei due racconti la affrontano o ne discutono. In Tristano sembra addirittura diventare un simbolo estremo di bellezza (Spinell dice della signora Eckohf che la sua anima appartiene alla “bellezza della morte”).

Il Tristano (intitolato così perché fa riferimento al dramma wagneriano) è per certi versi parallelo alla Montagna Incantata: entrambi si svolgono in un sanatorio, i protagonisti, in entrambi i casi, sono un giovane con una spiccata sensibilità ed una giovane e bellissima donna sposata e malata. Ed in entrambi c’è il simbolismo delle “vene azzurre” (nella Montagna attraverso il quadro della protagonista Claudia, nel Tristano una venolina azzurra compare sulla fronte della Eckohf quando si sforza o si concentra). Simbolo, immagino io, che rimanda sia alla vita (la vena, dove scorre la linfa vitale, il sangue) sia alla morte (il blu, colore del sangue povero di ossigeno). Ma su questa mia idea non mi sono confrontato con nessuno…

Nasce un certo legame fra lo scrittore Spinell (il protagonista maschile) e la Signora Kloterjahn (il cui cognome da ragazza è Eckohf – e Spinell riconosce solo questo cognome, non vuole usare quello del di lei marito). Inizialmente è più lo scrittore a procedere verso la donna, ma anche lei, alla fine, sembra ricambiare la sua amicizia. Si ritrovano un giorno nella sala di ricreazione del sanatorio: quasi soli parlano finché Spinell non convince la Eckohf a suonare qualcosa al piano. Lei, da prima reticente, alla fine cede: viene trovato lo spartito del Tristano ed Isotta di Wagner (non viene indicato che si tratta di quello spartito, ma lo si intuisce dal testo): in quel crescendo di poesia musicale le loro emozioni si mescolano. Non viene indicato apertamente se si tratta di amore o semplice empatia (propendo per la seconda) fatto sta che Spinell confessa il suo odio al marito della Eckohf per averla tolta – sposandola – dal piedistallo su cui secondo lui doveva stare, simbolo di una bellezza superiore…

Anche Tonio Kroger è uno scrittore. La sua storia mi ha colpito di più rispetto al Tristano. Forse perché più strutturata come romanzo rispetto alla precedente, meno filosofica e più immediata. E forse perché io (come credo un po’ tutte le persone) mi sono un po’ ritrovato nella figura del Tonio adolescente.

Il romanzo inizia quando Tonio, quattordicenne, è innamorato (nel senso amichevole) di un suo compagno di classe. Tonio è una persona schiva, sensibile, un po’ solitaria. Questo suo amico accetta e ricambia (in parte) la sua amicizia, ma non lo comprende fino in fondo. E neppure gli altri compagni di classe lo comprendono e, di conseguenza, lo prendono in giro.

A 16 anni si innamora di una ragazza, ma non riuscirà mai a dirglielo, convinto che a lei non interessi niente di lui. Ancora sofferenze, tribolazione interiore… Cose che lo portano, da grande, a fare lo scrittore e, in particolar modo, il poeta. E come tutti i poeti è anche un “maledetto”, un eroe romantico che si autodistrugge per arrivare alle vette più alte della poesia. Anche in questo caso è lui che si racconta tale: non lo vediamo mai compiere una delle azioni che lui asserisce di aver compiuto.

Decide di fare un viaggio, Tonio, verso la sua città natale (da cui manca da qualche anno) e più in su, verso il Baltico, il mare che da piccolo lo cullava con la voce delle sue onde. E’ un viaggio strano: nella sua città non lo riconoscono (nonostante abbia già una discreta fama) e quando è sul Baltico accadono cose che non riesco a capire se varcano il limite fra immaginazione e realtà. Per fare un paragone: avete presente il fumetto Calvin & Hobbes? Calvin è un bambino di 6 anni che gioca con un tigre (Hobbes): per tutti Hobbes è solo un peluche, ma per Calvin è più che reale, vivo, cosciente e senziente. Ecco: mi sono domandato se Tonio abbia vissuto la scena del ballo come Calvin, immaginando che i suoi “vecchi” amori fossero lì a danzare insieme ai gitani, oppure se la cosa fosse vera. Secondo me si è trattato di una fantasia di Tonio, che aveva malinconia di quelle persone, così come dei luoghi della sua infanzia, e sperava di ritrovare – con questo viaggio – una parte di sé stesso perduta diventando adulto.

Se mi chiedete se è un libro da portare sotto l’ombrellone vi rispondo che è meglio di no, a meno che non vogliate passare per intellettualoidi. Però consiglio la lettura, ma solo a persone “pronte” ad affrontare la complessità filosofica espressa da Mann. Io, prima di dare un giudizio finale al libro (che, vi ricordo, è composto da 4 racconti) voglio leggere i due racconti ancora non affrontati. Vi confesso che mi aspetto molto da “La morte a Venezia” (ecco: il tema della morte qui appare già dal titolo): ho sentito rammentare questo racconto molte volte negli ultimi tempi e quindi sono curioso di leggerlo.

Un ultima nota: ho trovato una traduzione del Tonio Kroger in PDF su Internet. Allego sotto il link per arrivare alla pagina di Download. Ho provato ad aprire solo la prima pagina, non ho fatto nessun confronto con la traduzione che ho letto io… se vi va di sperimentare Mann potete provare con questo link (scegliete, dal menù a sinistra, “Mann” dalla sezione “Traduzioni”).

Adesso, come accennato all’inizio, farò una breve pausa: riesco a prendere Mann solo a piccole dosi. In questo momento mi sto “rilassando” leggendo il romanzo di Dick che ha ispirato Blade Runner: “ma gli androidi sognano pecore elettriche?”

A breve nuovi post.

Buona lettura e buone vacanze

Next e altri racconti – Philip K. Dick

6 racconti per 6 film

Non tutti sanno che molti film a tema fantascientifico degli ultimi anni sono tratti da romanzi o racconti di Dick. Dal “giovane” Minority Report (film del 2002 per la regia di Spielberg e Tom Cruise come protagonista) al “fanciullo” Next (2007, con Nicolas Cage) al “vecchio” Blade Runner… Confesso che fino a poco tempo fa neppure io sapevo che alcuni film che mi hanno appassionato erano tratti da suoi racconti.

Avrete capito, dagli altri libri che ho letto, che Dick è un autore che mi piace (anche se mi mette un po’ di angoscia), sicché ho approfittato subito del libro “Next ed altri racconti” che “Fanucci Editore” ha pubblicato. Sì: sembra che questo editore detenga i diritti di pubblicazione, per l’Italia, di Dick, perché tutti i libri finora acquistati di questo autore sono pubblicati da loro.

Diciamo subito che la copertina del libro riprende (quasi integralmente) il cartellone del film e, ad un osservatore distratto, potrebbe sembrare che il libro contenga solo quel racconto (la frase “e altri racconti” non è scritta molto grande). E questo può trarre in inganno per due motivi: Next è un racconto di circa 40 pagine, quindi troppo corto per diventare un film. Ed il film (da quello che ho capito leggendo la trama e vedendo alcuni trailer) è abbastanza diverso dal racconto. Insomma gli sceneggiatori si sono semplicemente ispirati, ma non hanno trasposto in versione cinematografica le vicende del ragazzo dorato (il protagonista di Next).

E questo, d’altronde, è successo un po’ con tutti i racconti: ho visto tre dei sei film tratti da queste storie e tutti, molto o poco, sono stati modificati.

Scusate: ancora non vi ho detto quali sono i sei racconti e quali film sono stati tratti. Fra parentesi metto il titolo del film ed un link a wikipedia (o altra fonte) per saperne di più.

Elementi comuni dei sei racconti sono l’ambientazione nel futuro (più o meno remoto), la guerra fra le nazioni, o fra terrestri ed extraterrestri – in qualche caso la guerra civile. In tutti i casi il protagonista è più o meno oppresso, si trova al centro di una macchinazione o di un complotto (in “Impostore” è il protagonista stesso la macchinazione, ma se ne accorge solo alla fine) o comunque viene “sfruttato” da altro per raggiungere un certo scopo.

Come accennavo prima, altro punto in comune di tutti i racconti è che il finale – e a volte la storia intera – sono stravolti rispetto al film (almeno dei 3 film che ho visto completamente). Per farvi un esempio: Rapporto di minoranza (il racconto) ha un senso completamente diverso da Minority Report (il film). Mentre nel film il protagonista deve sfuggire ad una cospirazione e dimostrare la sua innocenza, nel racconto il protagonista conviene che quanto predetto dai precog è la cosa giusta da fare e agisce in tal senso, dando corpo alla precognizione (no, non vi dico fisicamente cosa fa, sennò che gusto ci sarebbe a leggerlo?). Non solo: mentre nel film trionfa il libero arbitrio dell’uomo, nel libro trionfa la compattezza dell’istituzione, dove il sacrificio di uno per salvare l’istituzione o il gruppo a cui appartiene è visto come gesto nobile e dovuto. Un ultima differenza fra racconto e film: i precog nel film sono persone normali con questo dono in più. Nel libro sono degli “idioti”, nel senso che la facoltà precog ha preso il sopravvento e non hanno, praticamente, altre facoltà. E sono, inoltre, deformi, idrocefali, trattati quasi come vegetali.

Ma non pensate che tutte queste discrepanze fra racconto e film diano noia. Io personalmente li prendo come 2 prodotti diversi, con alcuni punti di contatto fra loro, ma che non sono interdipendenti.

Personalmente mi ha sorpreso “Impostore”: degli altri – conoscendo lo stile letterario di Dick – mi aspettavo già un po’ il finale. Ma in questo racconto il finale che immaginavo tardava ad arrivare e mi stavo quasi convincendo che Dick avesse scelto un lieto fine, o almeno un finale diverso. Purtroppo, e per fortuna, no. “Purtroppo” perché il finale distrugge il genere umano (spesso Dick la da vinta agli extraterrestri). “Per fortuna” perché, altrimenti, avrei dubitato si trattasse di un romanzo di Dick.

Se volete concedervi qualche lettura sotto l’ombrellone il libro fa per voi. Però attenti, perché – come dicevo all’inizio – i racconti di Dick tendono ad avere un “retrogusto” un po’ amaro, fanno emergere una vena di angoscia. Forse questa serie di racconti è quella più leggera, che lascia meno amaro in bocca, e se volete iniziare con questo autore forse dovete partire proprio con questa raccolta di racconti. Però credo che, comunque, ognuno si porrà delle domande su cosa è giusto e cosa no dopo aver letto Rapporto di minoranza. Oppure ci si chiederà quanto sia reale, nel nostro mondo, il rapporto fra potere economico e governo descritto in “I labirinti della memoria”.

Insomma, può essere una buona distrazione contro il caldo estivo, ma sicuramente non è uno di quei libri – come quasi tutti quelli di Dick – che vi lascerà di umore scherzoso.

Buona lettura.