Il conte di Montecristo (Alexandre Dumas)

“…il conte non ci ha lasciato scritto che l’umana saggezza sta tutta intera in queste due parole: Aspettare e Sperare?”

Ho finito proprio oggi questo classico di oltre 900 pagine, e sono contento di averlo letto. La storia la conoscevo, sapevo alcuni degli intrighi raccontati da Dumas, ma leggere l’intera opera mi ha fatto scoprire un mondo (letterario) nuovo.

Il libro è introdotto da un saggio di Eco, nel quale viene affrontata la prolissità di Dumas. Si sa: l’autore veniva pagato un tanto a riga e quindi allungava, diluiva, ripeteva. Come dice Eco, il Conte di Montecristo è forse uno dei romanzi più belli della letteratura di quell’epoca, ma è altrettanto uno dei romanzi peggio scritti.

Certo, la lunghezza è un freno alla lettura, ma – io personalmente – ho trovato le lungaggini di Dumas meno pese, per esempio, di quelle di Larsson (quello della Millennium Trilogy). Non voglio fare agoni, ma gli allungamenti di Larsson possono essere saltati, mentre quelli di Dumas si lasciano leggere.

Per chi non conosce la storia, provo a riassumerla in poche righe.

Edmondo Dantes è un giovane marinaio di Marsiglia. E’ sul Faraone (un bastimento mercantile di proprietà di Morrel) quando una disgrazia (la morte per malattia del capitano) sembra trasformarsi per lui in fortuna: diventa comandante del bastimento ed è amato da tutti i marinai. Ma deve compiere, in vece del capitano, una missione sull’Elba a quel tempo “forzatamente” abitata da Napoleone.

Tutto sembra girare per il meglio: Edmondo non cerca fama e gloria, ma vorrebbe sposare Mercedes, la bella catalana sua fidanzata, e togliere dalla miseria suo padre. Morrel ha fiducia in lui e pensa di affidargli il comando del Faraone.

Ma l’invidia di un contabile (anche lui membro dell’equipaggio del Faraone) e la gelosia di Fernando che ama anche lui, non corrisposto, Mercedes, danno una brusca virata alla vita di Edmondo. Si trama contro di lui un tiro mancino: Dantes viene accusato di Bonapartismo. Il procuratore Villefort, che in un primo momento sembrava voler aiutare il giovane, si incupisce quando scopre che Dantes – per adempiere alle volontà del suo comandate morto in navigazione – deve consegnare una lettera di Napoleone ad un parigino molto legato al procuratore stesso. Per difendere il suo nome il procuratore fa incarcerare Dantes e insabbia ogni richiesta per la sua scarcerazione o per un processo.

Dopo 14 anni in prigione, dove conosce lo scienziato – ritenuto pazzo – Faria, Edmondo scappa con uno stratagemma. Si reca sull’isola di Montecristo dove trova un tesoro che Faria stesso gli aveva indicato. Un tesoro immenso che lo trasforma in uno dei più ricchi uomini europei, a cui tutto (o quasi) è possibile.

Conscio di esser stato imprigionato ingiustamente, inizia a pensare e a dare forma ad una tremenda vendetta. Ma non la fa semplice: non si accontenta di trovare i personaggi, farsi riconoscere e ucciderli. Scava, invece, nel loro passato, nelle loro vite, ed ordisce contro di loro quegli stessi intrighi che, in passato, loro stessi hanno sfruttato per arrivare alla posizione dove adesso si trovano.

Arriva persino a ripescare, dal passato, alcuni personaggi che i suoi “nemici” hanno incrociato o abbandonato o tradito. La principessa di Giannina, che darà il colpo finale al conte di Morcef (quel Fernando che, per arricchirsi, aveva tradito il padre della principessa). O un figlio frutto di un amore illegittimo e creduto morto.

Se volessimo fare un paragone, potremmo, per questi intrighi, quasi paragonare il romanzo ad una telenovela. Ci sono forse 12 personaggi principali (ed un’altra dozzina secondari) in una Parigi sfavillante, moderna, e soprattutto molto abitata. Eppure tutte le storie, tutte le pagine del libro, tutti gli intrighi si concentrano su questi personaggi.

La vendetta ha luogo? Leggete e saprete. Posso solo dirvi che il finale è riconducibile al più classico “e vissero felici e contenti”, anche se fino alla penultima pagina avevo il dubbio che qualcosa non si avverasse. E’ difficile da spiegare senza far trapelare qualcosa… diciamo che una ragazza era (creduta) morta – si intuisce (ma nessuno lo dice chiaramente) che la ragazza era creduta morta. Però fino all’ultima pagina non si svela l’arcano: la ragazza non rientra in scena, il suo fidanzato la crede morta e vuole lui stesso raggiungerla nel regno dei morti. Insomma: Dumas ha saputo tenere viva l’attenzione fino all’ultimo (cosa che non sempre riesce).

E’ un libro per l’estate? Sicuramente sì: potete portarlo sotto l’ombrellone. Nella prima metà del libro non tutte le pagine scorrono velocissime, ma si fanno leggere. Da metà in poi non vedrete l’ora di finirlo. Unico problema: essendo di oltre 900 pagine non è possibile considerarlo un tascabile: dovrete metterlo in qualche zainetto o borsa…

Se volete maggiori informazioni (ed anche una trama più completa) potete guardare questo articolo su Wikipedia.

Buona lettura.

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