La Montagna Incantata (Thomas Mann) – Post finale

…questa storia è moto lontana nel tempo, è, diremo così, già tutta coperta di nobile patina storica e va assolutamente raccontata nel tempo del più remoto passato.

(La montagna incantata – premessa)

Forse con troppa sicurezza di me ho scritto nel titolo che si tratta del post finale su quest’opera che ha accompagnato (ed a volte assillato) le mie letture negli ultimi tre mesi. L’autore stesso, nell’appendice (il discorso tenuto per una lezione agli studenti di Princeton) consiglia di leggere la sua opera due volte: la seconda volta saranno più chiari (cerco di riassumere l’idea dell’autore) i vari passaggi (o temi, nel senso musicale del termine) che compongono il romanzo.

La storia la faccio brevissima: un giovanotto (Hans Castorp) di Amburgo, un mediocre borghese e mediocre ingegnere navale, va a trovare suo cugino Joachim presso il sanatorio internazionale Berghorf. Pensa di passare lì tre sole settimane ma invece ci rimane 7 anni perché gli trovano un po’ di malattia. Grazie alla conoscenza di vari personaggi (l’umanista Settembrini, il gesuita Naphta, Clavdia – di cui si innamora) e a varie esperienze compie una specie di cammino iniziatico ed accresce el sue conoscenze, anche se in realtà il tutto porta ad una crescente apatia piuttosto che ad un ruolo maggiormente attivo nella vita civile. Malattia e Morte diventano compagne di questo cammino (muore il cugino Joachim, muoiono altri personaggi più o meno importanti) e solo lo scoppio della prima guerra mondiale riesce a staccare Castorp dal sanatorio. Dove, la follia della guerra, porterà il giovane non si sa: lo si vede in una azione di guerra, giù in quel “piano” da tempo dimenticato, ma non sappiamo se ne uscirà vivo o se farà la fine di alcuni suoi compagni conosciuti sulla Montagna.

L’appendice, come detto sopra, spiega agli studenti di Princeton la nascita ed alcuni elementi dell’opera, ed è molto isctruttivo leggerla. Ho trovato giovamento, poi, nel leggerla dopo un paio di settimane dalla conclusione del libro: avevo paura, infatti, che leggerla subito avrebbe frenato un po’ la mia obiettività.

Si scopre quindi, prima di tutto, che l’esperienza del sanatorio è quella vissuta in prima persona dall’autore stesso, quando arrivò al sanatorio di Davos a trovare sua moglie. Anche a lui si ammala e il dottore gli dice che farebbe meglio a rimanere 6 mesi lassù a curarsi, consiglio non seguito da Mann.

Da questo episodio nasce l’idea di un racconto che prenda un po’ in giro l’idea borghese-consumistica di questi sanatori. Sì: l’idea iniziale era di un racconto satirico-ironico su queste strutture dove (come dice l’autore in appendice) i giovani, con l’andare del tempo, perdevano quel po’ di connessione che c’era con la vita reale (il piano). Il sanatorio diventava un’isola felice dove gli ospiti vivevano una vita parallela (che consumava i fondi dela famiglia), protetti da quello che succedeva nel mondo reale. E già settembrini, ai primi incontri con Castorp, suggerisce al giovane di tornare al piano e alle sue occupazioni di ingegnere.

Sempre come dice l’autore, le grandi opere prendono vita da sole e le loro ambizioni guidano l’autore nella scrittura. Così anche per La montagnana incantata, che iniziata come un racconto di medie dimensioni è divenuto un romanzo di oltre 1200 pagine (ed inizialmente pubblicato in due volumi). Ma anche il contenuto assume spessore diverso. Diventa, effettivamente, un romanzo iniziatico – anche se il soggetto che “subisce” l’iniziazione in realtà si distacca sempre di più dalla vita e si chiude in una specie di apatia. Castorp è un curioso e, nella staticità della vita del sanatorio, decide di iniziare a studiare prima la biologia poi ad interessarsi a tante altre cose. E’ contento Settembrini, che trova in Castorp un “pupillo della vita”, un soggetto su cui riversare le sue conoscenze (si scoprirà poi che l’umanista è anche framassone). E lo stesso fa Naphta, il quasi-gesuita (studi da gesuita, ma mai ordinato: anche lui in alta montagna per curare problemi polmonari). Anche Naphta cerca di influenzare Castorp con le sue indicazioni sul senso della vita – indicazioni quasi sempre in contrasto con quelle di Settembrini.

Vi confesso che è un romanzo che fa rimuginare: a distanza di 3 settimane dalla lettura dell’ultimo capitolo rimugino ancora su alcuni episodi e su alcune affermazioni. E purtroppo devo dare ragione a Mann: il romanzo andrà riletto una seconda volta, ma preferisco farlo fra un po’ di tempo (probabilmente fra un annetto o due). Ti lascia qualcosa dentro, qualcosa che in questo momento non saprei ben definire, ma assomiglia ad una particolare “nostalgia” che ti attira a riprendere in mano il libro e a ricominciare la lettura (solo che rileggere adesso queste 1200 pagine sarebbe per me pesante).

Vedremo, prossimamente, se questa nostalgia aumenta, rimane costante o diminusice. Intanto consiglio a tutti di prendere un po’ di tempo e leggere quest’opera, perché ne vale la pena.

La parola “tempo” mi ha fatto tornare in mente un’ultima cosa: questo romanzo è proprio “fuori dal tempo”: nel senso che c’è in esso una trattazione del tempo (inteso come scorrere dei minuti, ma anche come scorrere della vita) che lo astrae dallo scorrere dei secondi, dei giorni, degli anni. L’ambientazione, sì, rimane quella dei primi anni del 1900 (i 7 anni prima della prima guerra mondiale), ma questa è solo un supporto al racconto, e non influisce sul senso profondo. Nel sanatorio, poi, il tempo riassume il suo andare circolare grazie alla ripetitività delle giornate, e perde la linearità da noi conosciuta…

Ma abbozziamola qui, altrimenti rischio di dire sfondoni, oltre ad allungare senza necessità il post. Leggete il libro e fatemi sapere cosa ne pensate. Buona lettura.

5 thoughts on “La Montagna Incantata (Thomas Mann) – Post finale

  1. lillycat10 ha detto:

    Ciao…
    Non so bene dove sono capitata… Forse è l'influsso del libro di Mann, che sto leggendo ora e sono arrivata a circa un terzo. Effettivamente, non so che dire, se non che all'inizio ho avuto la tentazione di desistere,sensazione poi sostituita dalla curiosità verso quel mondo falsamente immobile che è quello del sanatorio di Davos.Il senso che ho colto finora è una pacata ironia…nell'impareggiabile stile di Mann, di cui ho già letto “la morte a Venezia”. E il resto, lo saprò dire meglio quando sarò arrivata alla fine. Di certo, Castorp assume i contorni di un vero protagonista solo grazie alla malattia che lo costringe a formarsi interiormente. Nulla mi vieta di pensare che Mann induca sull'inutilità di tale formazione, perseverata e compiuta in un luogo assurdo e appunto fuori dal tempo e dalla realtà. Raccontando per primo un presente vivo non già nel primo novecento, ma piuttosto nella memoria antica di ogni tempo…Cosa vuoi che ne pensi: mi affascina. Sento pulsare la vita dentro una cornice statica e malsana, niente affatto consona alla bella aristocrazia che ci presenta. Una celebrazione dell'accudimento ricevuto come forma di ostentamento di status… Non so definire come scriva Mann, so però che scava nell'animo umano come pochi, e lo fa con tale eleganza e proprietà di linguaggio da restarne stupefatti. Lo finirò, non potrei farne a meno…Ciao Zio Beppino. Lilly

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