Lolita (Vladimir Nabokov)

Confessione d’amore di un pedofilo

Iniziando a leggere il romanzo, magari un po’ superficialmente, la mia prima impressione è stata “Mamma mia!!!” (sì, con tre punti esclamativi). Perché la pedofilia non l’ho mai sopportata, e il romanzo (semplificando) è scritto in prima persona, in forma di “memorie”, da Humbert Humbert, persona che tutti noi, penso, considereremmo pedofilo Attenzione: non si tratta di “pedofilia” del tipo “rapisco una ragazzina, mi diverto con lei e la faccio fuori”. La cosa è più fine: come scoprirete leggendo il libro (o il seguito del post) Humbert ama una certa bambina e – paradossalmente – non le farebbe nessun male, anche se non si rende conto che quello che fa con lei – e quello che prova per le ragazzine in generale – è una distorsione dell’amore.

Comunque sia, mi sono imposto di proseguire per alcuni motivi: il primo è che si trattava – appunto – di un romanzo e non di una storia vera (anche se realistica). Il secondo è che, a livello letterario, è un capolavoro.

La voglia di leggere Lolita mi è venuta dalle solite “lezioni” di letteratura impartite dalla professoressa Nafisi ai suoi studenti universitari e raccontate in “Leggere Lolita a Teheran” (vedi il mio post sul libro). E poi, sinceramente, ne avevo sentito parlare, anche se forse più per l’omonimo film di Kubric tratto dal libro che per il libro stesso. E poi, purtroppo, è entrato nell’uso comune il termine “Lolita” per indicare una ragazzina (solitamente minorenne) che sembra avere costumi sessuali un po’ discinti… Anche se non combacia perfettamente con la Lolita letteraria da cui discende il modo di dire.

Veniamo alla trama. Humbert Humbert, il personaggio principale, è un Europeo che si è trasferito negli States: fra i vari motivi che lo hanno spinto a fare tale passo c’è una eredità da “riscuotere” ed una moglie che lo ha lasciato. Ormai è in carcere ed il romanzo sono le sue memorie, che lui vuole che siano pubblicate come romanzo anni dopo la morte dei protagonisti. E ci racconta, H.H., della sua prima esperienza pseudo-sessuale con una coetanea in europa, quando aveva 13 anni, e di come questa storia si sia conclusa tragicamente.

Da allora “adora” le “bambine” di 12-14 anni. Non giustifica tale morbosità con la storia interrotta, ma cerca di far comprendere ai lettori che la sua storia comincia proprio da lì e che, alla fine, lo ha portato fra le mura di una cella.

Dopo vari passaggi (qualche avvventura, una moglie di facciata da cui viene tradito) si ritrova negli Stati Uniti e dopo ulteriori avventure (se leggete il libro vedrete che sto saltando molto) è ospitato in casa da una vedova che vive con la figlia Lo (Dolores/Lolita). E’ proprio la piccola dodicenne che attira la sua attenzione e tutti i propositi di andarsene appena possibile si polverizzano e volano via alla vista della ragazza. Humbert si stabilisce dalla vedova, la quale inizia a provare un certo affetto per lui (tant’è che si sposano). Ma lo scopo di Humbert è stare soprattutto vicino a Lo, godere delle sue movenze, muoversi nella scia del suo profumo, inebriarsi del contatto con la sua pelle. No, non era sua intenzione fare qualcosa di “definitivo”: ad Humbert sarebbe bastato continuare a poter godere di queste piccole cose.

Per la verità un paio di volte aveva pensato di liberarsi della sua nuova moglie, ma non era mai riuscito, per codardia, a mettere in pratica il suo piano. Ci pensa “McFatum” (così Humbert chiama il destino) a dargli una mano: mentre la moglie, infuriata per aver scoperto i piani del marito, esce di casa per spedire le lettere con cui vuole allontanare Lo dal maniaco, il destino fa sbandare un’auto conducendola proprio incontro alla donna e fracassandole il cranio.

Da qui parte una nuova fase della vita di Humbert: va a prendere la figlioccia al campo estivo dove la moglie l’aveva confinata e la porta a giro per i 50 stati, andando da un motel all’altro (bè sì, anche qui sto tagliando molto). C’è un fatto cruciale che merita esser raccontato: in uno dei primi alberghi dove si fermano Humbert vorrebbe anestetizzare Lo per poterla sfiorare nella notte, per poterne aspirare tutto l’odore, per poterla ammirare, nuda, sul suo letto. Ma ancora (dice lui) non aveva intenzione di abusarne. La mattina, appena svegli, però è proprio Lolita che prende l’iniziativa raccontando di una iniziazione sessuale avvenuta al campo estivo e “proponendo” la stessa cosa al patrigno-amante.

Humbert perde il capo per lei, o almeno perde quel briciolo di “saggezza” che ancora lo trattteneva da avere rapporti carnali con Lo. E così iniziano a girare da uno stato all’altro, come detto sopra. Finché Lolita, approfittando di una malattia, non riesce a “scappare”. Ho messo “scappare” fra virgolette perché Humbert non la teneva prigioniera, legata, imbavagliata: gli vietava alcune cose (tipo avere rapporti di amicizia con i maschi coetanei) o di uscire da sola, ma non ha mai rinchiuso Lo a chiave in una camera di motel.

E anche Lo, per svariati motivi, stava un po’ al gioco. Sì, perché dal romanzo si intuisce (o forse è il punto di vista di Humbert che ce lo suggerisce) che Lo aveva inizialmente preso la cosa un po’ come gioco. Intendo: quando erano ancora a casa e sua mamma era viva, Lo si divertiva un po’ a provocare sua madre provocando Humbert. Certo, se devo interpretare, secondo me era un gioco che una persona “normale” avrebbe dovuto stroncare subito, in modo sereno ma fermo. [Anche se ho messo “normale” fra virgolette (volendo intendere che ognuno di noi è “normale” a modo suo) non intendo qui filosofeggiare su cosa sia la normalità]

Lolita scappa, aiutata da “qualcuno” (Humbert, in un momento di poca lucidità, arriva a sovrapporre la faccia di quel “qualcuno” con un cugino svizzero). L’unico scopo della vita di Humbert, a questo punto, diventa quello di ritrovare Lolita (cosa che gli riuscirà solo dopo qualche anno) e colui che gliel’ha strappata via. La storia si dipanerà in modo tragico: HUmbert, accompagnato dalla sua “amichetta nera” andrà a trovare quel “qualcuno” e lo ucciderà, finendo poi in prigione.

Al di là della trama, quello che cattura è lo stile di scrittura di Nabokov. Usare metafore per disegnare un paesaggio o una condizione metereologica (come “il sole bruciava come un martire”), descrivere i vari stati d’animo di Humbert con dovizia, raccontare tutto ma senza essere troppo diretti, facendo immaginare…

Il personaggio, Humbert Humbert, a volte è un po’ troppo logorroico: parla e fa collegamenti con la psicologia, con altri romanzi e con i loro autori. Ed ogni tanto si esprime in francese. E dietro a tutto questo si cela la cultura di Nabokov, aiutata dalla mescolanza di stili – spesso ironici – usati. Quando Humbert vuole vendicarsi lo stile assume un po’ le sembianze di un noir (chiamare la pistola “Amichetta Nera” è molto vicino ai romanzi noir anni ’60); quando Humbert parla della sua Lolita si arriva ad idilli quasi poetici; ed il racconto in generale – escluse alcune (poche) parti un po’ più pesanti – fila liscio e “leggermente frizzante”.

Ma Lolita è un romanzo erotico? Alcuni pensavano di sì; alcuni pensavano addirittura che incoraggiasse la pedofilia o che – appunto per l’argomento – fosse troppo scandaloso. Racconta Nabokov stesso, in una appendice al libro, che un editore rispose alla sua richiesta di pubblicare “Lolita” con “se lo pubblicassi andremo in galera sia io che lei”.

Ora, dopo anni, sappiamo che Lolita è solo un racconto scaturito dalla fantasia (anche se sufficientemente realistico) e Nabokov stesso ci dice (nella solita appendice) che la sua opera vuole solo essere un romanzo, senza bisogno di vederci morale o insegnamento di nessun genere.

Certo, l’argomento trattato nel romanzo non è dei più semplici. Mi sono posto la domanda se consiglierei il libro ad un ragazzo di 12-13 anni. Un “no” sicuro arriva dallo stile: annoierebbe un tredicenne. Ma per quello che riguarda il contenuto dico che “dipende” dal ragazzo e dalla sua famiglia: se dei genitori maturi vogliono affrontare seriamente l’argomento pedofilia con loro figlio, il libro può venir utile. Mentre sconsiglierei di far leggere il libro ad un ragazzo senza l’aiuto dei genitori o di un tutore: ci sono alcune cose che non capirebbe e rischierebbe di vedere l’argomento sesso in una luce distorta.

Humbert, per essere chiari, non è che approva esplicitamente quanto ha fatto con Lolita, ma non ne sente – si può dire – neppure il rimorso. La sua maturazione sessuale ed affettiva era forse rimasta ferma a 13 anni, per questo il rapporto con donne adulte è solo per “esigenze fisiologiche” ma non si instaura un vero affetto. Ed anche il sentimento che il protagonista prova per le “ninfette” (le ragazzine stile Lolita), seppur mascherato da amore, si rivela essere più un gorgoglio ormonale.

Vabbè, chiudiamo dicendo che è un libro che merita leggere, consapevoli che l’argomento è delicato, ma anche che si tratta di un romanzo (quindi “invenzione”, non fatti reali accaduti a quella particolare bambina). E’ un libro che può insegnare molto come stile e ricchezza di scrittura. Come “contenuto” può aiutare a capire (pur senza condividere) una minima parte di quei meccanismo mentali che guidano i pedofili.

Tenerlo in biblioteca? Sì, perché no… è pur sempre un classico della letteratura. Portarlo sotto ‘ombrellone? Anche, ma alcune pagine non lasciano mai abbastanza sereni e spensierati, e rischiate di alzarvi dallo sdraio un po’ immusoniti…

Comunque sia, buona lettura.

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