Marcovaldo (Italo Calvino)

Un “Paperino” nostrano nell’italia del boom economico

Non è mia intenzione essere irriverente verso l’arte letteraria di Italo Calvino, ma la prima impressione che ho avuto leggendo Marcovaldo è che il personaggio sia una specie di “Paperino” tutto italiano: sfigato quanto basta perché ogni sua iniziativa vada in malora, armeggione quanto basta per cacciarsi sempre nei guai, povero in canna e con moglie e figli (vivaci e pieni d’inventiva) a carico.

Certo, mi riferisco al Paperino degli ultimi tempi, sfortunello ma sereno, non più attaccabrighe come una volta, sempre in ricerca di qualche sistema per sbarcare il lunario ma non troppo schiavo della povertà…

Prima di andare al libro vi voglio raccontare come mi è venuto voglia di leggerlo… o meglio: come mi è tornata (perché l’intenzione c’era già da prima). Dalle parti in cui vivo è stata aperta la pizzeria “Marcovaldo 129” (129 è il numero civico dove si trova). Sulle tovagliette di carta sono riportati alcuni paragrafi del primo racconto del libro. E li, fra una pizza e un boccale di birra, mi è tornata la voglia di leggerlo…

Lasciamo da parte le vicissitudini alimentari che mi hanno riavvicinato a Calvino, e parliamo delle vicissitudini alimentari proprio di Marcovaldo e famiglia. Sì, perché il primo racconto parla proprio di funghi che nascono in città, funghi che Marcovaldo scopre vicino alla fermata del tram per andare al lavoro. Pensa il buon Marcovaldo di portarli tutti in casa per mangiarli con la famiglia, ma anche altri li vedono e va a finire che tutti ne prendono un po’… e per fortuna, perché poi i funghi si rivelano velenosi e sarà necessaria una lavanda gastrica per quasi tutto il quartiere…

I racconti di Marcovaldo seguono le stagioni: primavera, estate, autunno, inverno: e via così per venti racconti che coprono vari anni della vita dei personaggi (ma, proprio come Paperino, i personaggi sembrano non invecchiare mai, mentre il mondo dove vivono cambia un po’ intorno a loro).

Ma la cosa carina è che il lettore viene sorpreso nel finale del racconto, che è in contrasto con lo stile dell’incipit. Provo a spiegarmi: l’inizio del primo racconto descrive in tono quasi poetico come il vento abbia trasportato alcune spore di funghi in città. E descrive anche Marcovaldo come un tipo sensibile, che non si lascia distrarre dai cartelloni pubblicitari ma piuttosto è attento a tutti i minimi cambiamenti che quel minimo di natura che vive in città dona ai passanti. Insomma, mentre l’attacco è delicato e poetico, il finale è repentino e inaspettato.

Non mi dilungo negli altri racconti: sono così carini che è bene li scopriate da soli. E poi sono racconti brevi, di pochissime pagine. E questo è veramente un libro da portarsi sotto l’ombrellone: è piccolo (l’edizione che ho comprato mi esce di pochissimo dalla tasca posteriore dei pantaloni), “leggero” (e non parlo del peso fisico del libro), simpatico…

E poi Calvino è Calvino. Confesso che ancora ho letto molto poco di questo magnifico autore italiano (e per ora libri forse un po’ più seriosi), ma il suo stile è veramente bello e ricco. Credo che inizierò a cercare qualcun’altro dei suoi libri, forse partendo da “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante” e altri di questo filone.

Nell’augurare buona lettura a tutti vi consiglio di tenervi un “Calvino” in biblioteca…

Pochi inutili nascondigli (Giorgio Faletti)

Sette racconti, sette tentativi di fuga, sette incursioni nel paranormale

Sì, Faletti è uno degli autori che amo leggere, uno di quelli per cui sono (quasi) pronto a comprare (quasi) ad occhi chiusi un nuovo libro. Ed infatti appena uscito “Pochi inutli nascondigli” l’ho acquistato. Purtroppo mi ci è voluto un po’ prima di iniziare la lettura e altrettanto per scrivere questo post.

Il “quasi” è dovuto ad una mia – chiamiamola così – avversione al “paranormale” che ormai “popola” tutti i racconti di Giorgio. Però mi piace moltissimo lo stile di scrittura di Faletti: per me compensa ben oltre la mia allergia alle cose inspiegabili. Se devo dirla tutta, comunque, il primo racconto (Io uccido) è stato un bellissimo thriller in cui non c’è traccia di eventi che vanno oltre la comprensione logica (anche la follia dell’omicida aveva una sua logica). Ma ogni autore ha diritto a scrivere quello che preferisce, e se quello che scrive lo scrive bene mi fa piacere leggerlo. Ma iniziamo a parlare del libro…

L’opera è una raccolta di sette racconti (alcuni “lunghi”, altri di poche pagine) che Faletti propone al suo pubblico. Non so se sono testi nel cassetto ritirati fuori per cavalcare il successo dei precedenti libri oppure se è materiale fresco. Fatto sta che lo stile è sempre quello solito dell’autore (anche se in un racconto ho notato un certo cambiamento, ma più di tono che di stile).

Non sto a dilungarmi su ogni singolo racconto, dico solo che ognuno merita di essere letto, anche se in alcuni casi il paranormale la fa troppo da padrona (ecco che rispunta la mia avversione).

Oltre al sovrannaturale, l’aspetto che accomuna i racconti è la “fuga”, a volte vissuta in modo diretto dal protagonista, a volte nascosta fra le pieghe di qualcosa da dimenticare, a volte vissuta come l’unica via di scampo, a volte come unico riparo dal futuro che incombe. Il problema è che il titolo del libro ti fa già capire come va a finire: non c’è possibilità, per chi fugge, di nascondersi. Prima o poi dovrà affrontare ciò da cui fugge, dovrà richiamare alla memoria tristi ricordi, o dovrà arrendersi – infine – ad un inevitabile destino.

E’ un libro da portare sotto l’ombrellone? Mah, non saprei. Io preferirei leggerlo senza troppa gente in giro, magari dopo che il sole è tramontato, in un clima – diciamo – crepuscolare. Sarà il fatto che si tratta di racconti noir, sarà che anche lo stile di scrittura mi sembra crepuscolare… Per me ha lo stesso effetto del film Blade Runner: per gustarlo bene devo vederlo dopo le 22, magari in una giornata triste di pioggia…

Sicuramente è un libro da comprare (o farsi prestare) e leggere, anche per chi ancora non conosce il Faletti scrittore. Anzi: penso che per “iniziare” a conoscere i romanzi di Giorgio è forse meglio questa raccolta di racconti piuttosto che l’ultimo libro (Fuori da un evidente destino).

E’ tardi… vi auguro buona lettura e buona notte…