Bartleby lo scrivano (Herman Melville)

Storia di un uomo senza storia

Lo ammetto: il buon Pennac, con il suo ciclo Malaussene, mi ha influenzato. In una delle due storie di “Ultime notizie dalla famiglia” Benjamin Malaussene crede che “il Piccolo” sia afetto da “Bartlebysmo” (o Bartlebyte… non ricordo) a causa del suo continuo rispondere “Preferirei di no”.

Quella è la frase tipica con cui il signor Bartleby, personaggio creato da Melville ed interprete del racconto che da il titolo a questo post, vuole indicare che non farà una certa cosa o che non collaborerà coi colleghi.

Chi è Bartleby? Nessuno lo sa veramente: le uniche notizie che sappiamo le racconta il coprotagonista (un rispettabile notaio) in una specie di prologo. L’unica traccia della sua esistenza è all’interno dell’ufficio del notaio che gli da lavoro (e, per un ultimo tratto, in prigione). Scopriamo infatti che la sua vita si svolge tutta fra quelle quattro mura.

Ma andiamo con ordine: un rispettabile notaio che ha un ufficio in Wall Street, a causa dell’aumento del suo lavoro, cerca uno scrivano per copiare gli atti notarili (a quell’epoca non c’erano computer e fotocopiatrici e gli atti venivano copiati a mano dagli impiegati). Nell’ufficio del notaio c’erano già altri tre impiegati, due dei quali specializzati proprio nella copiatura dei documenti, il terzo come fattorino e tutto fare.

Non stiamo a parlare della “varietà” dei comportamenti dei due copisti: basta sapere che uno è agitato e di pessimo umore di mattina (mentre il pomeriggio si calma) e l’altro è pasticcione e con accessi di rabbia nel pomeriggio (mentre la mattina è la persona più precisa e pacifica del mondo).

A seguito di un annuncio di lavoro, si presenta nell’ufficio del notaio il signor Bartleby: un uomo “che mostrava una così pallida semplicità, un decoro quasi pietoso e, nello stesso tempo, una trascuratezza incurabile” (come racconta il notaio stesso). Il notaio lo assume, rassicurato comunque dall’aurea di serietà che emana da Bartleby, e tutto fila liscio fino a che non si presenta la prima “stranezza” dello scrivano. Alla richiesta del notaio di verificare una copia eseguita dal nuovo assunto, lui risponde “Preferirei di no” suscitando da primo stupore e poi rabbia nel suo datore di lavoro e nei colleghi.

Senza raccontare i vari “Preferirei di no” di Bartleby, che aumentano sempre più, la storia va avanti fino a quando il notaio è costretto a licenziare lo scrivano. Gli dispiace, perché si è accorto che il caso del signor Bartleby è un caso molto particolare (ed effettivamente nel prologo ce ne accorgeremo anche noi). Cerca di dargli anche una “buon’uscita” per aiutarlo a trovare una sistemazione decente mentre cerca un altro lavoro. Ma Bartleby, come se dicesse un ulteriore “preferirei di no”, lascia semplicemente i soldi sulla scrivania dove il notaio li aveva posati.

Le cose si complicano: lo scrivano “preferisce” non lasciare l’ufficio (ufficio che, oltretutto, è diventato la sua casa), tanto che il notaio decide di traslocare lasciando il “problema Bartleby” al futuro inquilino di quell’ufficio. Problema che, però, si ripercuote di nuovo sul notaio: i nuovi inquilini chiedono che il notaio, ultima persona ad aver avuto contatti con Bartleby, si occupi di quell’uomo che sta creando scompiglio. Non che Bartleby faccia qualcosa di male: si ostina, semplicemente, a rimanere in quell’ufficio rispondendo a qualsiasi domanda con il solito “preferirei di no”.

Come va a finire? Una storia come questa, malinconica e triste, non può che finire in un triste modo. Ma non vi aspettate che ve lo racconti qui: posso solo accennarvi che Bartleby finisce in prigione, anche se gode di una certa libertà, ed anche se il notaio si adopera per rendere il suo “soggiorno forzato” il più tranquillo possibile. Neppure questi eventi, però, cambiano la risolutezza dello scrivano, che continua a rispondere (a volte a parole, a volte con muti gesti ed atteggiamenti) il suo “preferirei di no”.

Che dire di questo racconto? Sinceramente è uno di quei racconti che ti lascia perplesso, con alcune domande in testa e un po’ di angoscia nel cuore… Una cosa che notavo ripensando, ora, al racconto è che tutti i personaggi (principali) hanno un nome, escluso il notaio: come se Melville volesse far interpretare a noi, lettori, la sua parte. O comunque come se ci interrogasse e dicesse: voi cosa fareste?

Nelle prime pagine del racconto pensavo che il notaio fosse comunque una persona un po’ fredda, che si interessa a Bartleby solo professionalmente (in quanto datore di lavoro) ma con lo scorrere del racconto ci si accorge che nel notaio nasce un minimo di “compassione” verso lo scrivano: il fatto che alla fine cerchi di prendersi cura di lui lo testimonia.

La figura di Bartleby, invece, è un completo enigma. Certo: nel finale viene spiegata la vicenda umana del signor Bartleby: impiegato all’ufficio “lettere morte” di Washington. “Lettere morte! Non è come dire uomini morti?” è il commento del notaio mentre considera che proprio tale lavoro (sfogliare e bruciare milioni di lettere che non possono venir recapitate) può aver influito sulla natura di Bartleby: le migliaia di passioni raccontate nelle lettere lo hanno trasformato, forse, alla fine, in una “lettera morta”…

Bartleby si ostina a dire di no, in modo gentile ma fermo, alle interazioni con gli altri uomini. All’inizio esegue bene il suo lavoro di copista (un lavoro “solitario”, che richiede interazioni minime coi colleghi) ma si rifiuta di confrontare le copie (c’è bisogno di interagire con gli altri). Alla fine rifiuta proprio tutto il lavoro, chiudendosi in una apatia con la quale cerca di isolarsi dal mondo. Ad un certo punto è proprio Bartleby che, a seguito di un tentativo di aiuto da parte del notaio, risponde “Preferisco non essere ragionevole ora”. Non è isolamento questo? Non è una campana di vetro sotto la quale Bartleby cerca di rifugiarsi?

Questo racconto è uno di quelli che fanno riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha con gli altri. Siamo tutti un po’ notai (presi da lavoro e irritati quando gli altri non ci danno retta) ed un po’ Bartleby (ci chiudiamo in una forzata apatia anche di fronte a coloro che, in fondo, vorrebbero aiutarci). Certo, l’atteggiamento di Bartleby può sembrare estremo, ma non è lontano dalle nostre possibilità, specialmente se ci ostiniamo a chiuderci agli altri.

Vabbè, considerate queste ultime righe come riflessioni di una pigra domenica pomeriggio e accoglietele con spirito allegro (sennò, mi sa, potrei contagiarvi con una lieve vena di malinconia).

Vi consiglio, comunque, di leggere il racconto: magari non è di quelli da portarsi sotto l’ombrellone (a meno che non vogliate provare a far colpo su vicine e vicini mostrando il vostro lato culturale) ma sicuramente è da tenersi in biblioteca. Il racconto di per sé è di una cinquantina di pagine. Ma vi confesso che a me ci sono voluti un paio di giorni per leggerlo…

Buona lettura

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