L’algoritmo del parcheggio (Furio Honsell)

Pura passione matematica…

Nel mio ostinarmi a leggere di scienza mi son voluto sorbire il libro del “Magnifico Rettore” frequente ospite a “Che tempo che fa”, la trasmissione di Rai Tre condotta da Fabio Fazio.

Non che me ne penta, ma riconosco che in alcuni settori la mia comprensione è veramente limitata e la mia ignoranza mi fa fare figure barbine (anche quando sono solo davanti alla pagina di un libro).

Lo scopo dell’autore è quello di presentare una “matematica” semplice e di farci scoprire come essa faccia parte della vita di tutti i giorni. E su questo aspetto mi sento di dargli ragione: spesso consideriamo la matematica come una scienza che poco ha a che fare con le nostre vite senza accorgerci che la usiamo, incosciamente, molto spesso.

Ogni capitolo del libro affronta aspetti diversi della matematica partendo da problemi reali e, spesso, proposti anche in modo simpatico: dalla “speranza di vincita” al gioco dei pacchi (“Affari tuoi”) alla procedura (algoritmo) per trovare il parcheggio migliore quando andiamo in centro a vedere un film (migliore = che ha la miglior combinazione di elementi a nostro favore, come la vicinanza al cinema, il numero di manovre necessarie, ecc. ecc.), finanche alla risposta alla domanda se “sotto la pioggia ci si bagna di più correndo o camminando normalmente”.

Uno degli aspetti matematici con cui spesso mi scontro è il calcolo delle probabilità, e devo confessare che – nonostante il professor Honsel mi abbia chiarito alcuni punti – l’argomento continua a restarmi ostico. Tale argomento è coperto nel libro “ufficialmente” da un solo capitolo, ma si ritrova spalmato, ufficiosamente, in molti altri capitoli: purtroppo le probabilità entrano pesantemente in gioco in molti argomenti e per questo ne ritroviamo traccia in metà libro.

Che dire: sicuramente è stata una lettura interessante, però l’ho trovata – per me – un po’ sopra il mio livello. Mi sembrava scritta per persone che comunque un minimo ne sanno. Penso ad alcuni miei amici che “odiano” la matematica: questo libro – secondo me – non cambierebbe molto la loro opinione. Devo però riconoscere ed elogiare il grande sforzo che Furio Honsell ha prodigato nel cercare di rendere il libro alla portata di tutti.

Sì, perché sicuramente non si tratta di un testo scolastico. Ed anche perché l’autore non ha cercato di spargere nozioni come se le seminasse in teste vuote (cosa che, purtroppo, alcuni professori fanno), ma piuttosto ha provato ad istillare nei lettori il senso della curiosità, vera musa della scienza. L’unica difficoltà che ho trovato io è che alcuni passaggi sono spiegati in modo per me breve o frettoloso, dando per scontato che si sappiano già alcune cose.

Però mi rimane il dubbio che sia un problema mio: ci sono alcune parti (in cui sono più ferrato) dove ho capito tutto ed i passaggi delle spiegazioni mi sono sembrati anche più del necessario, mentre la difficoltà accennata prima era legata, soprattutto, ad argomenti per me più pesanti. Mentre penso che il professor Honsell abbia cercato di usare lo stesso peso e la stessa misura durante tutta la stesura del libro.

Consiglio questo libro a chi è appassionato di materie scentifico-matematiche ma non ha mai potuto (o voluto) approfondirle più di tanto. Ma ne consiglio la lettura anche a chi è semplicemente incuriosito dalla matematica ma ha paura di affrontarla perché pensa che sia troppo difficile. E, anche se vi parrà strano, potrebbe essere un libro da portarsi sotto l’ombrellone, sia perché non è pesante da leggere, sia perché potrebbe suscitare la curiosità di qualche vicino/a di ombrellone e stimolare, quindi qualche galante conoscenza…

Buona lettura.

Manituana (Wu Ming)

Storia di un popolo che se ne va e di un altro che viene.

E’ strano: aspettavo Manituana da tempo. L’ho letto quasi tutto d’un fiato. Eppure ci ho messo quasi 2 mesi per decidermi a scrivere questo post. Ma non perché il romanzo non ne valga la pena (anzi: è uno degli ultimi che più mi è piaciuto). E’ vero che ho avuto molto da fare ultimamente, ma ciò non giustifica questo ritardo.

Per fortuna è un romanzo storico che – sia per la storia sia per gli stili di scrittura – non si dimentica facilmente. Posso aver perso qualche dettaglio, ma, in fondo, questo post non è fatto per i dettagli. E comunque dovrò impormi qualche taglio, perché sennò vi costringerò a passare un’oretta su questa pagina…

Veniamo alla storia: si tratta, come detto, di romanzo storico. Quindi sia i personaggi che gli eventi fanno parte della storia. Il prologo ci presenta Sir William Johnson, un irlandese emigrato nelle colonie inglesi del nuovo mondo: una persona che è diventata amica delle tribù indiane della Lunga Casa ed ha guidato un “esercito” di guerrieri indiani, alleati con gli inglesi, contro i francesi intorno al 1750. Ricevette l’incarico di sovrintendente agli Affari Indiani da parte del governo Inglese e si fece sempre ben volere dalle varie tribù.

Il corpo del romanzo, però, coinvolge i suoi eredi e si svolge circa 20 anni dopo, nel periodo di guerra per l’indipendenza delle colonie americane. Guy Johnson, successore di Sir William nella carica di sovrintendente, cerca di convincere gli indiani a rimanere fedeli al governo inglese, mentre la situazione delle colonie è sempre più instabile. A dargli man forte, fra i tanti, anche Joseph Brant Thayendanega, cognato di Sir Williams, abile diplomatico e buon guerriero, e Philippe La Croix, un indiano “adottivo”: era un giovanissimo tamburino francese nella guerra franco-inglese e gli indiani stavano per ucciderlo quando Molly Brant (sorella di Joseph e futura moglie di Sir Willima) lo salvò.

Per non dilungarmi nella descrizione della situazione, salto alcuni capitoli del romanzo per arrivare alla decisione di Guy Johnson di andare in Inghilterra per cercare l’appoggio del Re: gli indiani erano molto indecisi se dare mano agli inglesi nel ricondurre le colonie sotto la corona o se “fregarsene”, considerando le scaramucce fra coloni ed inglesi “panni sporchi da lavare in casa”. Molti sachem (capi tribù indiani) non si rendevano conto che fra le mire dei coloni ribelli c’era anche quella di impossessarsi delle terre indiane. Per giustizia di cronaca c’è da dire anche che una parte di coloni si schierò con gli inglesi e rimase in amicizia col popolo indiano.

Il viaggio in Inghilterra si fece ed ebbe un notevole successo a livello di “apparizione”: la nobiltà (ed il Re e la Regina) furono molto colpiti dalla comitiva. I nobili facevano a gara ad accaparrarseli per mostrarli alle feste… Ma gli occhi di Philippe La Croix vedono una città ed un regno che lo lasciano molto perplesso. La decadenza della nobiltà, la povertà della gente lasciano po’ interdetto lo stesso Joseph Brant.

Guy Johnson valuta il viaggio come un mezzo insuccesso e non spera più di molto nell’aiuto che potrebbero fornire nuove truppe inglesi. Tornati alla loro terra trovano una situazione più treste e sconsolante: molti indiani cercano di ritirarsi verso “manituana”, un gruppo di isole alla foce del San Lorenzo che una leggenda indiana dice siano frammenti di una terra che un dio aveva donato alle tribù…

La guerra diventa inevitabile, così come le sue conseguenze. Se fino ad allora c’erano stai uomini d’onore che avevano protetto, dall’una e dall’altra parte, donne e bambini dei “nemici”, adesso si passa alle più orrende crudeltà: la pietà è il vero grande assente in ogni guerra, e quella fra coloni ed inglesi non fa eccezione. La Lunga Casa si divide: alcuni indiani cercano di rimanere neutri, altri stanno con gli inglesi, altri ancora coi coloni. E, sia fra indiani che fra i coloni, si trova qualche sciacallo pronto ad approfittare delal guerra per il suo interesse personale.

Come finisce la storia non è necessario dirlo, lo sappiamo benissimo. L’ultima immagine dei personaggi (o di quelli che rimangono) ce la fornisce il prologo con Joseph Brant che sta per vendicare la morte di un amico (non vi dico chi è anche se lo immaginate). Non c’è spazio per un fiabesco “e vissero tutti felici e contenti”, ma – in fondo – questa non è una fiaba ma storia vera.

Si è detto che si tratta di un romanzo storico, e quindi ho provato a verificare alcune cose: Sir William e Joseph Brant (come i loro parenti) sono realmente esistiti – almeno per quanto ho trovato su Wikipedia. E Joseph Brant è veramente stato in Inghilterra alla corte del Re. Non so, però, quanto di vero ci sia nel racconto di questo incontro, anche se quanto narra Wu Ming è verosimile. Non ho trovato, invece, informazioni su Philippe La Croix (detto anche Le Gran Diable per la sua abilità nei combattimenti corpo a corpo), ma questo non significa che non possa essere esistito…

Un raffronto storico, invece, che mi ha lasciato un po’ dubbioso è relativo al periodo della visita della comitiva indiana in Inghilterra: nel romanzo si raccontano episodi di una gang di sedicenti indiani – i Mohock – che sembra realmente esistita ma circa 70 anni prima di quanto raccontato nel romanzo. Allo stesso modo il Daily Curant – un giornale dell’epoca – sembra essere stato chiuso intorno al 1700, mentre Wu Ming scrive alcuni capitoli come tratti da articoli (a firma “Panifex”) di questo giornale. Nel romanzo capiremo anche che questo Panifex è soltanto uno scribacchino a servizio di alcune lobby economiche che auspicano una veloce vittoria dei coloni.

Wu Ming usa stili diversi nel romanzo: le vicende di Joseph, Philippe e gli altri sono narrate con uno stile semplice (anche se leggermente ricercato). Gli articoli del Daily Curant sono invece in stile giornalistico. Ma quando si arriva a narrare le vicende dei Mohock (nel romanzo si incrociano, seppur per un attimo, con quelle di Jospeh Brant) vengono usate tutta la rozzezza e volgarità degli ambienti malfamati dove vive questa gang. Vi confesso che al primo capitolo dove si parlava della mala di Londra sono rimasto stupito dal cambiamento di stile ed ho addirittura pensato che si parlasse di una cosa completamente diversa. Ma poi ho capito che le vicende erano destinate ad incrociarsi ed ho apprezzato questi cambiamenti.

Un ultima parola la voglio spendere su chi è “Wu Ming”. Non è una persona, ma un progetto portato avanti da un collettivo di persone (qualcuno ricorderà “Luther Blisset”, autore di “Q”, altro romanzo storico: era il precedente nome del progetto). “Wu MIng”, se ricordo bene, significa “anonimo”, ma non è l’anonimato in sé che questi scrittori cercano, quanto il dare risalto al romanzo staccandolo dall’autore che l’ha prodotto. Spesso scrivono romanzi a più mani (in “Manituana” i tre stili diversi sono un esempio di ciò), ma è capitato anche che alcuni scrivessero romanzi singolarmente, sempre firmandosi, però, con “Wu Ming” seguito da un numero. Se volete saperne di più visitate il loro sito web.

Dimenticavo di dire che tutti i loro romanzi sono sotto licenza Creative Commons (CC): potete fotocopiarli, usarli e distribuirli: basta seguire le regole della licenza CC (di solito è semplicemente necessario indicare la fonte e rilasciare a nostra volta il materiale sotto licenza CC, senza scopo di lucro).

Infine: anche di Manituana esiste un sito web dove gli autori continuano a scrivere storie collegate al romanzo e dove anche i lettori possono aggiungere i loro racconti: www.manituana.com. Sembra – a leggere il sito – che il romanzo sia il primo di una trilogia: aspetterò con ansia gli altri 2…

Nel salutare chi ha avuto al pazienza di leggermi fin qui consiglio a chi non ha letto questo romanzo di portarselo in vacanza.

Aggiunta

Parlando con un amico sono venuto a sapere che lo stile usato per i capitoli dei Mohock è un esplicito omaggio all’autore di “Arancia Meccanica” (il romanzo di Burges, da cui è stato tratto l’omonimo film di Kubric). In particolare è ricalcato lo slang cockney (il dialetto dei “drughi” usato – ed in parte creato – da Alex, il protagonista, ed i componenti della “ganga”).

Ancora sulle favole

Riporto una notizia Ansa che mi fa molto piacere. Nel post “Favole al telefono (Gianni Rodari)…” avevo consigliato ai genitori di leggere le favole ai propri bimbi. Oltre alle fiabe classiche consigliavo di leggerne anche qualcuna di Rodari.

La notizia ANSA parla, appunto, di uno studio della Boston School of Medicine sull potere benefico delle favole (aiuta i bambini a sviluppare più velocemente il linguaggio ed è un mezzo di forte scambio emotivo).

Io ero convinto della bontà di leggere qualcosa ai ragazzi (insieme ai ragazzi) anche senza lo studio della Boston School, ma ora sono ancora più convinto. Ognuno, però, valuti per sé.

Ecco la notizia ANSA: http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/scienza/news/2008-05-13_113230501.html

Il libro di Ebenezer Le Page (G. B. Edwards)

La storia di un uomo, della sua isola e dei suoi amori

Prendete un vecchio, un po scorbutico – simpaticamente scorbutico. Diciamo che questo arzillo vecchietto abita (ed ha sempre abitato) nell’isola dove è nato, e che quindi ne conosce quasi tutti i segreti. Mettete poi che questa isola sia una piccola isola persa lungo la manica, vicino alla costa francese ma sotto il dominio inglese: l’isola di Guernsey (se la cercate, è fra le isole del canale, a nord della bretagna).

Prendete questo vecchietto, magari con una pipa in bocca, mettetelo accanto ad un focolare in un pomeriggio piovoso, oppure dopo cena, accucciatevi ai suoi piedi e chiedetegli di raccontarvi la sua storia: otterrete il libro di Ebenezer Le Page.

Si tratta di un romanzo, non di una storia vera, ma sicuramente riflette alcune esperienza vissute dall’autore (Gerald Basil Edwards) che nacque su quell’isola nel 1899.

La storia che racconta il “vecchio” Ebenezer è una storia semplice, di un ragazzo, poi uomo, poi vecchio che ha amato la sua isola, i suoi amici, e Liza Queripel – unico vero amore  (sembra ricambiato, ma chissà?) della sua vita, anche se non ha dato luogo a nessun matrimonio o famiglia…

L’autore ha scelto di far scrivere al protagonista la propria vita in forma di “diario”: il libro è diviso in tre parti (indicativamente giovinezza, maturità e vecchiaia) che corrispondono ai “tre quaderni” comprati da Ebenezer in vecchiaia e riempiti piano piano con la sua storia.

L’elemento portante di tutto il racconto, forse, è il rapporto che Ebenezer ha con tutti ipersonaggi. Quello che intendo dire è che la storia non la fanno tanto i fatti, ma i rapporti fra il protagonista e gli altri personaggi: l’amico Jim, il nipote Raymond, le zie di Timbuctu e Wallabaloo (nomi dati alle due case dove vivono le zie), la madre e la sorella… Non è tanto una sequenza di fatti, quanto un continuo incontrarsi e scoprirsi.

Forse è proprio questo aspetto che rende affascinante il romanzo, perché di per sé la storia è normale. Sì, ci sono di mezzo due guerre (la prima e la seconda guerra mondiale) e tutte le novità del dopo guerra, la modernità degli anni ’50-’60 (e la cocciutaggine di Ebenezer per le tradizioni). Ma rimane una  storia normale, senza alti né bassi, senza particolari colpi di scena. Forse ciò che al rende particolare è che piano piano si entra nell’anima di Ebenezer e dei suoi amici. Si scoprono i loro crucci, i loro dolori, le loro passioni…

Particolare è la storia di amore fra il protagonista e Liza Queripel, la ragazza che è innamorata – a modo suo – di Ebenezer; la ragazza che lui sposerebbe (nonostante i contrasti in gioventù). Una storia strana la loro, ma che non mancherà di sorprendere nel finale.

Confesso che all’inizio trovavo il libro un po’ noioso: i primi 3-4 capitoli li ho letti un po’ a rilento. Poi le vicende del giovane La Page hanno iniziato a “prendermi” e l’interesse è cresciuto piano piano.

Visto l’avvicinarsi dell’estate forse si può rivelare un buon libro da portarsi sotto l’ombrellone. Non è comodissimo (quasi 600 pagine) ma è abbastanza tranquillo da essere letto con calma fra un bagno, una passeggiata ed una frittura di pesce… Attenzione, però, non è molto allegro (anche se ci sono tracce di umorismo “guerseniano” – come direbbe il protagonista).

Buona lettura.