Leggere Lolita a Teheran – PREVIEW

– Anteprima del libro di Azar Nafisi –

Una delle regole che ho cercato di darmi nell’alimentare questo blog è quella di aver concluso un libro prima di recensirlo. Be’ ogni regola ha le sue eccezioni – basta non abusarne. Questa è una di quelle eccezioni.

Non è mia intenzione, in questo post, parlare in generale di: “Leggere Lolita a Teheran” – libro che non ho ancora concluso ma che ritengo bellissimo. Voglio solo riportarvi un frammento che mi ha colpito come un pugno allo stomaco.

Bisogna, però, che vi anticipi un minimo di contesto (perdonatemi inesattezze storiche e letterarie, dovute alla brevità). Iniziamo a dire che il libro racconta fatti veri: Azar Nafisi è professoressa di letteratura straniera all’università di Teheran. Dopo circa 10 anni, alcune studentesse si fanno nuovamente vive con la prof. Siamo in pieno regime khomeyniano. Un semplice fatto: le donne sono obbligate a portare il velo (apro una parentesi: in quel contesto il velo era diventato un simbolo politico, e l’autrice ce lo spiega bene nel libro).

Una studentessa di Azar, dopo 10 anni, si fa presente all’università dove insegna la Nafisi. E’ completamente cambiata: lo si vede sia dall’abbigliamento (completamente in contrasto con quello di 10 anni prima) che dagli occhi tristi e remissivi. Ha passato alcuni anni in prigione, perché considerata troppo…”donna”? dall’attuale regime. Parlano nell’ufficio della professoressa. La ragazza racconta di aver incontrato Razieh, altra studentessa di Azar, in carcere.

“Razieh mi ha parlato dei suoi corsi su James e Hemingway, e io le ho raccontato del processo a Gatsby. Abbiamo riso un sacco. Sa, lei l’hanno uccisa. Io invece sono stata fortunata”.

Non so se è il contrasto fra “abbiamo riso un sacco” e “Sa, lei l’hanno uccisa” che mi ha fatto bloccare e rileggere più volte la frase. O forse è quello che un’altra studentessa, poche pagine prima, racconta di cosa succede in carcere, dei “futili” (anzi assurdi) motivi per cui loro (e tante altre ragazze) sono state imprigionate, torturate, uccise. Non so. So che mi sono dovuto fermare.

Forse in questo post non riesco a trasmettervi tutte le emozioni che mi hanno colpito. Forse a voi non dirà niente questa frase, ma è tutto il giorno che mi rimbalza in testa e non riesco a staccarmene: ho dovuto riportarla in questo post.

Manca poco alla fine del libro… fra qualche settimana avrete la recensione completa.

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