Gli occhi di un bambino ebreo (Mario Giro)

Storia di Merzoug terrorista pentito

E’ la storia – vera – di un giovane algerino cresciuto in Francia che si trasforma in (quasi) terrorista a causa di una serie di eventi. Ma quando sta per compiere il suo atto di terrore qualcosa lo blocca e scarica il caricatore del suo Uzi non sulla gente ma su un muro poco distante.

E’ Mario Giro che racconta la storia, non Hamel Merzoug. Con stile giornalistico ricostruisce la vicenda a partire dalla nascita in Algeria, al trasferimento in Francia, dove cresce in povertà e considerato (come gli altri immigrati) come non facente parte della popolazione francese.

Non è il caso di descrivere, in questo post, l’adolescenza e la giovinezza di Merzoug: lo ha fatto bene l’autore nel libro. Racconta degli scontri sociali a Parigi fra i poveri immigrati ed una società non molto aperta, dell’incontro con i “reclutatori”, fino all’accettazione – da parte di Merzoug – della “missione” affidatagli: colpire persone di origine ebraica in Marocco.

Mario Giro cerca di descrivere la situazione sociale in cui viveva Merzoug, non per discolparlo delle sue responsabilità, ma per farci comprendere in che stati d’animo si trovasse il protagonista. Ciò aiuta a comprendere alcuni pensieri di Merzoug, non per approvarli ma per comprendere quello che passava nella testa di Hamel.

Si riesce, per esempio, a capire come sia facile per certi soggetti sfruttare le condizioni sociali per spingere alcuni giovani all’odio di altre etnie. In particolare a Merzoug hanno sempre fatto credere che la colpa di tutto derivi dagli Ebrei e dagli Stati Uniti. Una specie di lavaggio del cervello attraverso cui, alla fine, i destinatari si sentono orgogliosi di combattere e morire per i fratelli musulmani in difficoltà.

Nel 1994 la strage di Hebron vede un colono ebreo, a cui un rabbino oltranzista aveva fatto il lavaggio del cervello (stessa storia, mi sembra) uccidere alcuni musulmani dopo la preghiera. I reclutatori usano questo fatto per inviare Merzoug e altri in Marocco per compiere una serie di attentati.

A Merzoug era stato chiesto di colpire la sinagoga di Casablanca, però lui preferisce cambiare bersaglio. C’è troppa polizia e servizi di sicurezza intorno ad essa: il bersaglio migliore è il cimitero ebraico. Hamel organizza tutto con cura: come arrivare, come fuggire… ma si scontra con un imprevisto. Pochi istanti prima di premere il grilletto incrocia lo sguardo di un bambino ebreo e qualcosa, dentro lui, cambia: scarica il caricatore su un muro vicino e scappa. Ma verrà arrestato pochi giorni dopo.

Il fatto che Merzoug non abbia ucciso nessuno (anche se ci è arrivato tremendamente vicino) sembra non contare niente: viene condannato a morte. Insieme a lui altri terroristi che avevano colpito un hotel (ci furono 2 vittime europee) e altri “obiettivi” filoebraici. Merzoug viene ritenuto parte integrante di una unica cellula che ha compiuto tutti questi attacchi, cellula nata ed organizzata in Francia (verranno arrestati anche alcuni reclutatori).

Da quello che si scopre in alcuni frammenti di lettere di Merzoug, in appendice al libro, è la Comunità di Sant’Egidio che si prende in carico una certa forma di assistenza di Merzoug durante la sua prigionia. Si cerca di portare alla luce dell’opinione pubblica le ingiustizie sofferte in prigione dall’algerino (tortura, cibo insufficiente e sporco, situazioni pressoché disumane della sua cella), oltre alle irregolarità del processo (avevano costretto Merzoug a firmare verbali di accusa in arabo, lingua che conosce poco, secondo i quali Hamel avrebbe anche rubato e danneggiato altre cose).

Sorprende forse un po’ scoprire, in queste lettere, l’aiuto che Merzoug cerca di dare per la liberazione di italiani sequestrati durante le recentissime guerre. Simona Torretta, Simona Pari e Giuliana Sgrena: sono le persone per le quali Merzoug ha cercato di convincere, con una lettera, i “fratelli musulmani”. Dice di averlo fatto per gratitudine, appunto, alla comunità di Sant’Egidio. Si nota anche una certa speranza che la sua lettera gli permette di migliorare anche la sua prigionia. Non lo dico per ciniscmo: credo che anche io – nelle sue condizioni – avrei fatto lo stesso.

Si nota, comunque, nelle lettere, che qualcosa in lui è cambiato. Ricorda spesso gli occhi del bambino ebreo che – un attimo prima che lui sparasse – lo fissarono. Ricorda che si è accorto che non è con la violenza che si combattono le guerre di giustizia, ma col dialogo. E anzi spera che sia proprio questo suo gesto ad aprire un nuovo fronte di dialogo fra ebrei e palestinesi (speranza, purtroppo, ancora vana). 

Non mi sento di raccomandarvi l’acquisto di questo libro solo per tenerlo in biblioteca… Si tratta di un libro un po’ particolare che, sicuramente, vi consiglio di leggere, ma che va meditato. Certo, non è detto che siamo tutti d’accordo con Merzoug o con la giustizia marocchina, ma sicuramente ci sono dei passaggi che ci aiutano a riflettere. Mario Giro è bravo a raccontare la storia senza farti propendere troppo per l’una o l’atra parte (il racconto è molto neutro). Forse è stato proprio questo, insieme allo stile giornalistico, che mi aveva un po’ stancato a metà libro (l’avevo iniziato qualche mese fa e l’ho concluso solo ieri).

Non vi aspettate, nel libro, molte parole di Merzoug. E’ Mario Giro che ricostruisce la vicenda riportando, a volte, alcune frasi di Hamel, ma facendo soprattutto una analisi dei luoghi e delle condizioni in cui è cresciuto l’algerino. Non è, insomma, una biografia in forma di romanzo. E’ più simile ad una inchiesta giornalistica.

Se pensate di leggerlo aspettatevi per i primi tre quarti solo la ricostruzione della situazione sociale in cui è cresciuto Merzoug. Solo nell’ultimo quarto viene messo a fuoco Merzoug descrivendo la sua missione, la prigionia e le lettere.

Buona lettura

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