Il ritratto di Dorian Gray (Oscar Wilde)

Storia di un giovane che vuol rimanere giovane ma poi scopre che il prezzo è troppo alto…

Eh sì… devo dire che mi sono imbattuto in un Classico, proprio di quelli con la “C” maiuscola. Un grande Oscar Wilde, in un romanzo “decadente”, con i suoi aforismi ed il suo stile di scrittura che lo ha reso quello che è.

La storia è semplice: un giovane diventa ispirazione per un pittore. Un ritratto del giovane diventa l’opera più importante per il pittore, e l’opera forse meglio riuscita. Il pittore vede nel giovane quasi un mito greco in fatto a bellezza. Un nobile, amico del pittore, conosce il giovane e lo introduce al mondo (lo istruisce, gli fa da mentore, lo ammalia con il suo parlare e lo ubriaca delle sue opinioni). Dorian Gray (è questo il nome del giovane) si sente tanto attratto dalla sua condizione di bellezza che non vuol separarsene. Una sua preghiera (cioè che il quadro subisse l’invecchiamento al posto suo) detta in un momento di enfasi diventa realtà. E da quel momento tocca al quadro subire tutte le ingiurie degli anni, ma soprattutto l’abbrutimento dovuto al comportamento del giovane. Si innamora di una attrice (o meglio: delle parti che l’attrice recita), ma poi rimprovera così duramente una sciocchezza della fidanzata che questa si uccide. Ed è proprio da questo evento che comincia la degradazione del quadro e, in contemporanea, della coscenza di Dorian Gray. 

Passano gli anni: il giovane è sempre, esternamente, giovane. Sembra sempre un ragazzo di diciotto anni, anche se ne ha ormai oltre 35. E’ l’oggetto dell’osservazione di tanta gente, di nobili e signori, e di giovani rampolli che vorrebbero tutti essere come lui. E’ l’ammirazione di una parte del popolo signorile, mentre è lo scandalo per l’altra metà. Si dicono tante cose sul suo conto: che abbia fatto un patto col diavolo. Oppure che semplicemente si sia conservato bene. C’è chi lo ama e c’è chi lo odia. E c’è il fratello dell’attrice che lo cerca, per vendicare la morte della sorella. Desiderio di vendetta che viene stroncato in modo tragico e contrariamente a quanto si aspettava il fratello dell’attrice. Ma il peso della coscenza, rappresentato da orribili deformazioni nel ritratto (il giovane era quasi irriconoscibile) inizia ad opprimere Dorian in modo isopportabile. Ed è impossibile tornare indietro: anche le “buone azioni” vengono svelate dal dipinto per quello che sono: una astuzia per cercare di ingannare la coscenza…

Alla fine il dipinto diventa quasi insopportabile. Dorian vorrebbe disfarsene, per non aver a che fare più con la propria coscenza. Come detto prima non è possibile tornare indietro. E allora il giovane si scaglia contro il quadro con un coltello, ma…

Vi ho raccontato anche troppo: il finale dovrete scopriro da soli (anche se è intuibile – io mi ero già fatta un’idea a a metà libro). Comunque, anche se vi ho raccontato troppo, il bello del libro non è solo nella trama ma anche nel testo, nello stile di scrittura di Oscar Wilde, nella caratterizzazione dei tre personaggi principali: Basil (il pittore), Lord Henry (il mentore – chiamato a volte semplicemente Harry) e Dorian (il giovane). E’ impressionante come si possa entrare nella mente di Dorian, come si resti affascinati dai discorsi di Harry, come Basil riesca a far riflettere anche noi. Credo che la traduzione (curata da Mimi Olivia Lentani) renda bene quasi quanto la versione inglese. Non dico questo perché ho letto anche la versione originale, ma perché sono rimasto affascinato dal modo di descrivere gli ambienti, le persone, le sensazioni e credo che una forza tale possa derivare solod a una buona traduzione di un ottimo originale.

Insomma: un libro da tenere in biblioteca, da leggere avidamente, magari nelle serate di inverno (cioè con un “clima” che aiuta ancora di più ad entrare nelle caratteristiche decadenti del romanzo).

Buona lettura.

Noi marziani (Phil K. Dick)

Storie dell’altro mondo…

Come dicevo in passati post Phil Dick mi affascina sempre più. Sarà per la sua capacità di far “empatizzare” il lettore con il protagonista, o forse per la forza con cui racconta il carattere dei personaggi, le loro angosce, le loro debolezze, i loro desideri.

Il suolo marziano, su cui è ambientato il romanzo, è solo una scusa per indagare nell’animo schizofrenico dei protagonisti: l’aggiustatutto Jack Bohen (forse in fuga da una Terra troppo “affollata” e in cerca di minor “contatot fisico”) e l’autistico Manfred, le cui paure si perdono in un lontano futuro…

Tutta la vicenda si svolge intorno a Manfred, un ragazzo autistico. Si ipotizza (ricordiamoci che il romanzo è stato scritto fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70) che l’autismo sia una malattia che ha a che fare con lo scorrere del tempo per i soggetti affetti da tale malattia. Si pensa che rallentando adeguatamente lo scorrere della vita ordinaria il soggetto autistico riesca ad interagire con essa. Oppure accelerandola…

Fatto sta che l’affarista Arnie Kott vorrebbe sfruttare le presunte doti di Manfred per accrescere il tuo potere: se potesse – attraverso Manfred – vedere nel futuro diverrebbe l’uomo più importante della colonia marziana.

Ma nel futuro di Manfred c’è solo dolore, “putrio”, come dice continuamente lui, come scopriranno Jack e Arnie. Quali orribili visioni sconvolgono la mente di Manfred? Cosa lo porta ad isolarsi in tal modo dal mondo? Sarà veramente il futuro? E quanto nel futuro?

Lo scopre, a sue spese, Arnie Kott. Lo scopre, liberatoriamente, anche Jack. Povero Jack! Potenzialmente schizofrenico. Vorrebbe evitare contatti, soprattutto con i robot (gli insegnanti della scuola), ma anche con le persone. Ed invece sarà proprio lui ad interagire più di tutti con Manfred, nella vana ricerca di costruire una macchina che permetta al ragazzo di interagire con Arnie e consentire a quest’ultimo di “conoscere il futuro”.

Merita una lettura questo libro. Non solo per la storia (che è comunque intensa, abbastanza ricca di colpi di scena, con personaggi molto molto ben caratterizzati), ma anche per lo stile di scrittura di Phil Dick. E per quanto l’autore racconta di sé stesso, delle sue e nostre paure (la paura di invecchiare di Manfred non la condividiamo forse anche noi?), delle dinamiche di questo mondo (l’affarismo di Arnie e del padre di Jack, il suicidio del padre di Manfred, …).

Lo consiglio. Merita avere questo libro in biblioteca…

Un pensiero abbagliante – Niels Bohr e la fisica dei quanti (Graphic Novel by Jim Ottaviani, Leland Purvis)

La storia di Niels Bohr raccontata a fumetti.

Avete presenti le teorie di relatività di Einstein, il principio di indeterminabilità di Heisenberg e tutta quella serie di cose della fisica moderna – soprattutto quantistica – che di solito resta un po’ indigesta a chi non è del settore? Ebbene: questo “fumetto” (o “romanzo grafico”, stando alle indicazioni sulla copertina) ripercorre molte di queste scoperte raccontando la vita di uno dei principali attori della scena scentifica di quel tempo: il fisico Niels Bohr.

Si tratta di un trattato scentifico? No, assolutamente no, anche se parla di scienza e cerca di introdurre alcune teorie fisiche con un linguaggio “fresco” e leggero. Allora è un fumetto? Neppure, o almeno non nel senso più stretto, perché pur usando la tecnica dei fumetti non si limita ad una “storiella”. Credo la definizione migliore sia proprio “graphic novel”, così come è riportato in copertina.

La storia è quella di Niels Bohr, fisico e matematico Danese, che ha contribuito ad elaborare le prime teorie sia sulla forma dell’atomo, sia sulla meccanica quantistica. Vengono raccontati, specialmente sulla quantistica, i “battibecchi” scentifici fra Bohr ed Einstein. Ma non sto a raccontarvi la storia di Bohr: se siete curiosi potete leggere questo articolo di wikipedia (o comprarvi il libro – o fare entrambe le cose…): http://it.wikipedia.org/wiki/Niels_Bohr

Insomma: un “libro” leggero, molto gradevole alla lettura ma anche preciso nei fatti storici. A chi consiglio di leggerlo? A chi è appassionato di scenza ma non è un fisico né un matematico; ed anche a chi è interessato da storie di personaggi interessanti (vita intensa e piena).

Buona lettura.

Mafalda – se fosse per me farei la pace (Quino)

Mi è capitato poche volte, come potrete vedere dai post vecchi, di scrivere qualcosa sui fumetti. Non perché non mi piacciano, ma perché raramente acquisto volumi o raccolte (non me la sento di scrivere qualcosa sui settimanali / mensili, preferisco mettermi a scrivere in occasioni particolari).

Veniamo al fumetto: conoscevo Mafalda da tempo, ma solo per singole vignette o piccole strip trovate qua e là. Ho deciso di approfondire la conoscenza e quindi mi sono comprato la raccolta indicata nel titolo del post ed edita da Fabbri Editore già nel 2004…

C’è qualcosa di particolare da dire sulla raccolta? No, non credo, escluso il fatto che è suddivisa in temi (“mondo malato”, per citare il primo tema). Mi ha fatto piacere trovare sia una mini-biografia di Quino, l’autore, che di Mafalda stessa – in forma di domanda e risposta.

Vi chiederete: e come è andato l’incontro con Mafalda? Affascinante. Amo la spontaneità e l’irriverenza dei bambini e Mafalda fa di questi atteggiamenti un’arte (starebbe bene con Calvin & Hobbes di Bill Watterson). Quino è bravissimo a cogliere attimi e atteggiamenti dei grandi e a riportarli all’essenza – facendo notare le assurdità di cui spesso noi non ci accorgiamo.

Insomma, una bella esperienza che probabilmente prolungherò acquistando altre raccolte. E un consiglio di lettura per tutti voi: quando vi capita di trovare un volume di fumetti di Mafalda, prendetelo in mano, iniziate  aleggerlo… e non potrete fare a meno di comprarlo, portarlo a casa e usarlo come specchio per riflettere qualche vostro piccolo difetto (come ho fatto anche io).

Buona lettura