Tempo fuor di sesto (Phil K. Dick)

Un uomo del futuro che cerca la felicità nel passato, ma trova solo menzogne

Ragle Gumm, il personaggio principale di questo splendido racconto di Dick, potrebbe essere un uomo felice. Ha una famiglia con cui vive (la sorella ed il cognato) che gli vogliono bene, dei vicini un po’ entranti ma in fondo simpatici, un nipote (figlio della sorella) vivace ed intelligente e si guadagna da vivere grazie ad un concorso a premi del giornale locale, concorso che vince costantemente.

Ma non è felice, perché sente che manca qualcosa. Certo, potrebbe essere l’assenza di una moglie a renderlo insoddisfatto, ma secondo lui c’è qualcosa di più. Secondo lui il “tempo è fuor di sesto” (battuta tratta dall’amleto di Shakespire): c’è qualcosa che non quadra. Sembra un mondo troppo perfetto…

Si insinuano i primi dubbi… Ragle pensa che si tratti di un qualcosa costruito apposta per lui, ma non riesce a rendersene conto. Potrebbe essere, diremmo noi, come il “Truman show”: la vita del protagonista sempre sotto i riflettori, in pasto a milioni di spettatori. Ma non è il caso di Ragle Gumm.

Finché non succedono alcune cose: il nipote trova alcuni frammenti di scritte presso le vecchie rovine: Ragle va a controllare (sempre più insospettito) e vi trova un elenco telefonico ed una rivista che non quadrano con gli anni in cui stanno vivendo (immediato dopoguerra). Decide di fuggire una prima volta: riesce quasi a raggiungere una zona secondo lui non controllata, ma all’ultimo momento, dopo aver scoperto la sua immagine sul Times come uomo dell’anno, lo catturano e gli fanno dimenticare quelle ultime ore.

Oramai è certo: c’è qualcosa che non va. Insieme al cognato rubano uno dei camion che portano rifornimenti al supermercato cittadino ed iniziano un lungo viaggio che permetterà loro di scoprire la verità… della quale non accenno niente per non rovinare la sorpresa ai lettori.

Scritto intorno al 1950 (ambientato pochissimi anni prima) da un Dick non ancora famoso, è uno di quei racconti che ti mettono – nello stile di Dick – un po’ di cupezza e angoscia addosso. Ritrovarsi in un mondo che è troppo bello per essere vero, partecipando ad un concorso che non sai quanto è vero (e, oltretutto, sei assolutamente non cosciente dello scopo finale delle soluzioni che tu fornisci): le stesse sensazioni che prendono, piano piano, sia il protagonista del Truman show, sia Neo quando sento di essere parte di un mondo fittizio (Matrix)… Vuoi scoprire la verità, e non sai quanto questa ti possa piacere, sei terrorizzato da quello che potresti scoprire.

Il romanzo è preceduto da una introduzione di Carlo Pagetti ed una postfazione di Francesca Guidotti. Il consiglio che posso dare, però, è quello di leggersi la prefazione dopo il racconto, perché sciupa un po’ la sorpresa anticipando un po’ troppo del racconto. Niente di male: io sono riuscito a leggere tranquillamente il romanzo anche dopo la prefazione, ma alcuni passaggi me li aspettavo già perché li avevo intuiti dall’introduzione.

Se devo esprimere un giudizio finale devo dire che Phil Dick continua ad essere uno degli autori preferiti, anche se tetro ed angosciante. Riesce forse a catturare le più profonde paure dell’uomo, ed in particolare quelle del suo tempo.

Buona lettura.

Lavoratori di tutto il mondo, ridete (Moni Ovadia)

La storia dell’URSS raccontata a forza di storielle…

Ho iniziato a conoscere Moni Ovadia da poco, e mi ha subito attirato con una certa simpatia. Ed ecco che ho comprato il suo ultimo libro: “Lavoratori di tutto il mondo, ridete”. Cosa racconta l’autore, ebreo di origine ungherese, in questo libro?

In pratica fa un excursus sulla URSS dai primi esordi fino alla situazione attuale (o meglio: alla dissoluzione della URSS e alla rinascita di Russia e paesi limitrofi). Lo fa in due modi. Apre ogni capitolo raccontando un personaggio “fondamentale” o un elemento culturale del socialismo sovietico e lo accompagna, nella seconda parte, con storielle, motti, prese in giro raccolte in qua e là fra il popolo russo e dei Paesi limitrofi. Accompagna, cioè, ogni personaggio / situazione con le storielle che lo sdrammatizzavano. Per dare un’idea dei personaggi “trattati” si parte da Lenin, Stalin per arrivare a Breznev, Andropov, Cernenko e Elcin. E fra gli argomenti trattati si parla di ebrei russi, di alcolismo, di “disinformazione”, di KGB e tanto altro…

L’idea mi sembra molto simpatica, anche perché le “storielle” sono uno dei fondamenti che ti fa conoscere più a fondo un popolo. E forse l’essere ebraico (popolo fra i più auto ironici) aiuta Moni a fare critica anche dei personaggi e delle situazioni che racconta, ed anche un po’ di autocritica sull’utopia sovietica e sul comunismo, di cui Moni è un fervente assertore.

Ma non mi interessa, in questo post, appoggiare o criticare la visione politica di Ovadia, espressa chiaramente nell’introduzione. Mi ha fatto piacere leggere le sue idee, perché comunque è un arricchimento, anche se alcuni passaggi non li condivido.

A chi consigliare la lettura di questo libro? Se si esclude la parte descrittiva e ci si concentra sulle storielle potrebbe essere un semplice libro da portarsi sotto l’ombrellone. E’ invece interessante anche la parte iniziale del capitolo, dove sono descritti i vari personaggi. Certo, si può pensare che siano descrizioni fatte da un occhio forse un po’ di parte, ma in più casi l’autore è stato ben preciso sia sulle cose fatte bene che su quelle fatte male.

Può essere, quindi, un libro per tutti coloro che si vogliono avvicinare alla storia dell’URSS (ma non è completo e richiede approfondimenti successivi) attraverso i suoi personaggi principali. Libro che permette di conoscere anche l’umore del popolo grazie alle storielle raccolte dall’autore.

Buona lettura a tutti.

5 Ottobre 2008 – correzione

Grazie a “Kruaxi” per la correzione sull’origine di Moni Ovadia (correzione del primo paragrafo). Chiedo scusa: mi ero confuso…

La legge del bar e altre comiche (Francesco Guccini)

Storie di vita da bar del Guccini cantautore…

Mi sono già imbattuto (e mi sono innamorato) di un cantante-scrittore: Vecchioni. Ma in quel caso si tratta di un professore di scuola superiore che fa “anche” il cantante. Anche del Guccini avevo sentito dire bene come scrittore, ma ancora non avevo “sperimentato”.

E così mi è capitato di trovare il libricino che da il titolo al post fra gli scaffali di una libreria. Quello che mi ha subito colpito è la copertina: Andrea Pazienza ha disegnato una caricatura di Francesco-sceriffo dalla faccia sfigata circondato da loschi figuri. L’immagine, come altre contenute nel libro, sono omaggi di vari personaggi (fra cui, ad esempio, anche Altan e Bonvi).

Cosa ci racconta Guccini? Le storie sono aneddoti, racconti, esperienze di vita vissuta quasi tutte autobiografiche. E lo fa con quello stile che caratterizza anche le sue canzoni, tanto che mentre leggi ti sembra di sentire la sua voce sorniona sottolineare le righe che si stanno leggendo.

Già la premessa di Guido de Maria ti carica di allegria, ma appena si arriva alla prima storia (il farfa sgalbedrato) – o, comunque, mentre si prosegue con la lettura di altri racconti – si rischia di sbellicarsi dalle risate. Per invogliarvi vi racconto solo la storia del “farfa”, anche perché ho riconosciuto in essa alcune delle dinamiche “da bar” (o meglio, da circolino) di quando, ragazzino, ammiravo gli “anziani” del paese giocare a carte.

Capita, in tutti i bar del mondo, che amici si ritrovino per giocare a carte. E attorno ad essi aleggiano gli apprendisti che cercano di carpire i segreti del maestro… E volteggia anche il Maestro di Gioco, persona ritenuta (spesso non si sa come mai) altamente qualificata. Si mette, essa, spesso agli angoli del tavolo, dove può vedere le carte di almeno due giocatori e, ad intervalli assolutamente casuali, emana consigli e giudizi.

E’ ad una persona come queste che il gruppo di amici di Guccini (lui compreso) decidono di combinare uno scherzo. Si pongono intorno al tavolo e cominciano a giocare completamente a casaccio, osservati attentamente dal Maestro di Gioco. Vai con una partita, vai con la seconda, il MdG è sempre più attento finché… bhè, non vi dico cosa successe, ma sappiate che il MdG si guadagnò imperitura stima da parte dei giocatori.

Insomma: un libro da portarsi, sicuramente, sotto l’ombrellone, ma attenti a non farvi prender per pazzi a causa delle risate. E se fate come me nell’arco di 4 ore lo completate.

Buona lettura!