Manoscritto trovato a Saragozza (Jan Potocki)

Tante storie che si intrecciano per diventare la storia di un uomo

Finalmente ho finito di leggere questa opera di Potocki. E forse ho capito cosa mi rallentava tanto: il fatto di aver comprato l’edizione integrale mi induceva, per ogni giornata, a leggere anche le varianti dell’autore. A metà libro, però, ho deciso di leggere la versione base e ricorrere alle note solo quando mi incuriosivano o era necessario.

Sì perché l’edizione integrale, curata da René Raddrizzani, riporta per ogni “giornata” (ogni  capitolo) le varie differenze trovate su altri manoscritti o versioni del racconto. In alcuni casi (fortunatamente pochi) intere sezioni del racconto sono state scambiate fra più giornate col risultato che, se si legge la versione alternativa, si torna ndietro o si va avanti di molte giornate, e ci si capisce ancora meno.

Ma veniamo alla storia (senza svelare nessun “segreto dei Gomelez” né il finale). Di per se la storia è molto semplice: un giovane di buona famiglia (di sangue Gomelez da parte di madre) viene inviato in Spagna per seguire le orme del padre e diventare guardia Vallona. Decide di prendere la strada più “brutta” (ma anche la più corta), lungo una vallata che si dice infestata di spiriti, e da quel momento iniziano ad accadergli cose molto strane.

Inizialmente incontra – in modo alquanto misterioso – 2 ragazze che dicono di essere sue cugine, sempre dal lato Gomelez ma di fede musulmana (mentre il cavaliere è di fede cristiana). Lui non crede molto alle faccende di spiriti, ma l’incontro di quella sera, il risveglio sotto la forca di due banditi e gli altri avvenimenti sembrano dargli torto… Anzi: sembra quasi che lui stesso sia stato vittima di uno scherzo di due spiriti.

E così la storia prende quella che potrebbe sembrare una brutta piega, tanto che il cavaliere viene salvato, sul fil di lana, da una morte atroce che presunti inquisitori cristiani stavano per procurargli. Ho detto presunti perché nel finale si scoprirà qualcosa su di loro (non vi dico cosa sennò che gusto c’è a leggere il libro…). E così il cavaliere si ritrova prima ospite di un castello di un ebreo, poi di un gruppo di zingari che girovaga in quella valle. E – siccome la televisione non era ancora stata inventata – il nostro personaggio ascolta le storie dei vari personaggi che incontra nel cammino.

E qui nasce – scusate – il dramma. Perché Potocki, con somma maestria, ma anche creando difficoltà al lettore, incastra una storia nell’altra, in alcuni casi arrivando addirittura a 5 livelli (se ho contato bene) di profondità. Per far capire di cosa parlo: il capo degli zingari narra la sua storia e racconta l’incontro con un personaggio importante, il quale narra a sua volta la propria storia (e siamo a due livelli). Ma metti che anche questi abbia incontrato personaggi importanti: ecco che anche loro narrano la loro storia (terzo livello) nella quale avviene l’incontro con qualcuno che narra la propria storia (quarto livello), e via dicendo.

Vi confesso che verso la metà del libro avevo intenzione di abbandonare la lettura. Dopo qualche giorno di pausa (in cui mi sono dedicato solo a fumetti) ho ripreso e fortunatamente alcune storie iniziavano a dipanarsi e, guarda caso, tutto iniziava a convergere verso un unico punto (che non vi dico per non rovinare il finale).

Insomma, dopo aver ascoltato tante storie, il cavaliere scopre una realtà ben più grande di quella che si aspettava. Nell’epilogo si narra la sua carriera di diplomatico e si vedrà che questo viaggio lo ha trasformato in un uomo.

Tutto il racconto parla, in fin dei conti, di un viaggio iniziatico. Il brusco risveglio sotto la forca di los hermanos non è altro che l’inizio di un cammino che trasformerà il giovane cavaliere in un uomo maturo, in un futuro erede di una casa tanto potente come quella dei Gomelez.

Anche i vari personaggi che il cavaliere incontra fanno parte di questo progetto di iniziazione. Uno dei personaggi più affascinati, l’ebreo errante, si scoprirà alla fine che in realtà è soltanto… no, non ve lo posso dire, vi rovino il finale.

La maestria di Potocki è stata proprio nel miscelare e mischiare tante storie, di tanti personaggi, in un unico racconto. Storie che, in realtà, hanno fatto conoscere al cavaliere la propria storia, una storia “nascosta”, non rintracciabile sui libri o sugli appunti familiari, ma legata a progetti molto più grandi e molto particolari.

Consiglio, a chi non lo ha già letto, di leggerlo – però armandosi di pazienza. Le varie storie comprendono un po’ tutti i tipi di racconto: dal racconto amoroso al duello, al mistero, al fantasy (c’è anche la storia di una donna-fata fra i vari racconti), quindi è appetibile per tutti i gusti. Ci vorrà pazienza, e magari un bloc notes, per ricordarsi tutti i passaggi ed i personaggi. Anche se, sul finale, tutto torna a riconvergere verso un solo punto.

Dimenticavo: perchè “manoscritto trovato a Saragozza”? Potocki ha copiato Manzoni ed i Promessi Sposi (anzi: è più probabile il viceversa). Probabilmente ricordate (memorie scolastiche) che il Manzoni “finge” di trovare un maoscritto spagnolo dove è raccontata al storia di Renzo e Lucia: lo traduce e lo pubblica indicando la provenienza spagnola. Anche Potocki fa lo stesso: un personaggio trova fra le rovine di un palazzo, a Saragozza, il manoscritto redatto dal cavaliere stesso come sue memorie durante il suo incarico proprio in quella città.   

A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura.

Ciclo della “Guida galattica per autostoppisti” (Douglas Adams)

Un uomo che perde la casa ed il pianeta dove vive, ma riesce a viaggiare in tutto l’universo.

Iniziamo subito col dire che i libri che io faccio rientrare nel “ciclo” della “guida galattica” sono 4 (elencati in ordine cronologico): “Guida galattica per autostoppisti”, “Ristorante al termine dell’universo”, “La vita, l’Universo e tutto quanto” e “Addio, e grazie per tutto il pesce”. Esiste un quinto libro, “Il salmone del dubbio” che a volte viene fatto rientrare nel ciclo, ma che io non ho letto. Inoltre – secondo me – la storia si “chiude” bene col quarto libro… Se, però, mi verrà voglia di leggere anche il “Salmone” allora ve ne renderò conto.

Fra i 4, però, solo il primo e l’ultimo li considero “vicini” sia per stile che per il filo della storia. “Addio, e grazie per tutto il pesce” porta ad una bella chiusura della vita di Arthur Dent, ed anche se ci sono richiami agli altri 2 romanzi il primo e l’ultimo posso essere letti a sé stanti. Lo stile, soprattutto gli elementi surreali che Adams include in tutti i libri, sembrano un po’ forzatamente esagerati nel secondo e nel terzo libro, mentre nel primo e nel quarto fanno da cornice alla storia, sollevando un po’ il lettore dalle “verità” che l’autore racconta nei suoi romanzi.

Quali sono queste “verità” così scomode? Per indicarle devo raccontarvi la storia del libro. Non un riassunto, ma le cause per cui arriveremo (anzi, partiremo) alla distruione della terra, o perché essa sia stata creata da abili artigiani costruttori di pianeti. Chi, quindi, ha intenzione di leggere i libri non prosegua nella lettura di questo post…

Partiamo dall’inizio, cioè da milioni e milioni di anni fa. Una “specie” molto intelligente cerca di rispondere alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto. Progettano un computer superpotente chiamato “Pensiero Profondo” che è in grado di dare la risposta ma impiegherà milioni di anni. Il giorno fatidico, mentre 2 tecnici sono al cospetto di Pensiero Profondo, un rappresentate degli psicologi ed uno dei filosofi irrompono nella stanza obiettando che non si può dare la risposta… in pratica avevano paura di perdere i loro clienti.

La risposta, però, arriva: “quarantadue”. Capirete lo sconcerto generale: che cavolo significa “quarantadue”? Il computer suggerisce di pensare alla domanda… già, ma qual’è la domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto? Nessuno la sa, nessuno l’ha mai esplicitata.

Pensiero profondo progetta, allora, un computer ancora più potente di sé stesso, un computer che possa trovare la la “domanda” per cui vale quella risposta… Si tratta di un computer molto potente e speciale: un computer a base organica. Quel computer è lo stesso pianeta Terra e noi, suoi abitanti, siamo i vari componenti del computer.

E dopo altri miliardi di anni di elaborazione, siamo ai giorni nostri. Una ragazza sta seduta in un pub ed ha una illuminazione, ma proprio mentre si alza per andare a telefonare a qualcuno per spiegare questa illuminazione, arrivano i Vogon, operai spaziali, che distruggono (o almeno sembra) la Terra per costruire una autostrada spaziale. Eppure sembra che quell’autostrada nonverrà mai costruita… sarà mica una manovra dei filosofi e degli psicologi per impedire (ancora una volta) di perdere milioni di clienti?

Arthur Dent viene tratto in salvo dal suo amico Ford Prefect: si imbarcano su una nave Vogon (non molto graditi, in realtà, dal capitano) e da lì iniziano tutta una serie di vicissitudini che non racconto. Arthur scoprirà, però, che esiste una specie umanoide che ha progettato e costruito svariati pianeti nel passato, fra cui la Terra (su ordine di Pensiero Profondo e dei suoi costruittori…). Scoprirà anche che un gruppo di persone (molti professionisti come parrucchieri, pubblicitari e simili) precipiteranno sulla terra primeva e si mescoleranno con gli abitanti progettati da Pensiero Profondo. E girerà moltissimo per l’universo e lungo l’asse del tempo, cenando con alcuni amici al “ristorante al termine dell’universo”, un luogo particolarissimo, sospeso nel tempo, proprio nell’attimo in cui l’universo sta per collassare…

Finché un giorno non viene a conoscenza che la terra è ancora viva, e allora, di passaggio in passaggio ritorna fin là, a casa sua, ed incontra quella che lui considera la donna della sua vita: Fenny (Fenchurch – strano nome, vero? Lei stessa lo spiega nel libro). La storia di Arthur e Fenny è proprio quella raccontata nell’ultimo libro: due personaggi che hanno vissuto cose incredibili – Fenny era “quella” ragazza vicina alla soluzione di tutto, ma purtroppo adesso ricorda solo di aver avuto una intuizione fantastica ma non rammenta in merito a cosa. Bella la Terra, sì… non si sa come mai sia ancora “viva”. La gente dice che i servizi segreti abbiano sperimentato qualcosa per condizionare le masse: per questo tutto il casino quel famoso giorno. Sembra che solo Arthur e Fenny si rendano conto che quelle erano vere astronavi Vogon. E a due persone che hanno vissuto (anche se in modi diversi) l’Universo non poteva bastare la terra: partono allora alla ricerca di quel messaggio che potrebbe illuminarli: l’ultimo messaggio di Dio al creato.

Non so… Leggendo qualche recensione prima di leggere i libri ho visto che alcuni ritengono l’umorismo inglese applicato da Adams un po’ strano e che non riesce a far presa sul pubblico italiano. Il mio parere, invece, è che Adams usi le assurdità (e le battute tipiche della sua nazionalità) per “salvare” il lettore dalla pesantezza delle sue affermazioni. Pensate solo al fatto che la ricerca di un senso alla vita, per noi, corrisponde ad un programma di computer. Pensate al fatto che i delfini erano qui per cercare di proteggere gli umani (lo strano regalo che trova Arthur in “Addio, e grazie di tutto il pesce”). Pensate alla terra, costruiti da artigiani; ed ai fiordi norvegesi che sono valsi un premio al loro disegnatore. Insomma: una vita che porta il senso agli altri, ma che non ha senso per noi… una specie di “Matrix”.

L’autore ha avuto, però, tutta una serie di pensate geniali riprese in seguito nei più svariati campi. Penso, per esempio, al sistema di traduzone “Babel Fish” implementato da un noto motore di ricerca, che riprende pari pari il “Pesce Babele” che Ford Prefect inserisce nell’oreccho di Arthur Dent per permettergli di capire quello che gli altri dicono.

Auguro a tutti coloro che vogliono cimentarsi con questi libri una buona lettura.