Il paradiso degli orchi (Daniel Pennac)

La storia di alcune persone esplosive.

1942. Un Grande Magazzino (GM) di Parigi. I pogrom (le sommosse antisemiti). I proprietari del GM ebrei. La milizia che circonda il tutto. E 6 tizi che vogliono profanarlo perché lo ritengono il simbolo dell’opulenza…

1985. Benjamin Malausséne. Di professione capro espiatorio al Grande Magazzino. Cosa c’entra con i 6 tizi di sopra? Forse perché lavora allo stesso GM, anche se molti anni dopo? E che qualifica è “capro espiatorio”? Da contratto, Benjamin è un addetto al controllo tecnico. Sotto sotto, però, recita un’altra parte. Quando una persona reclama perché un bene acquistato al GM risulta difettoso ed ha danneggiato altri beni, un impiegato dell’ufficio reclami presenta Malausséne come il responsabile. E Benjamin fa tanto e poi tanto per impietosire la persona che questa desiste (quasi sempre) da chiedere ulteriori rimborsi oltre alla semplice garanzia. Risultato: forti risparmi sul controllo tecnico e sui rimborsi ai clienti.

Ma un giorno, la vigilia di Natale, nel grande magazzino accade qualcosa: una bomba dilania una persona nel reparto giocattoli. Nessun altro morto o ferito. Terrore generale dei clienti, indagini della polizia… ma il 26 il GM riapre e tutto sembra andare bene finché, vari giorni dopo, una seconda bomba uccide una coppia di anziani quasi di fronte a Benjamin (che intanto stava rimorchiando quella che poi sarà la “sua” Julie Corrençon). Ancora brancolamenti nel buio da parte della polizia.

La vita di Benjamin va avanti… il lavoro inizia, però, ad essere stancante. Cerca di licenziarsi ma viene fregato dal suo capo (che gli inventa una scusa). Allora gli viene in mente di “usare” il lavoro di giornalista della sua Julie pubblicando un articolo che costringerà il suo capo a licenziarlo. E, contemporaneamente, deve risolvere i mille problemi della sua famiglia, dal Piccolo che disegna continuamente “Orchi Natale”, a Clara che avrà, fra pochi mesi, la maturità, a Thérèse che ha “la testa fra le stelle”… e dovrà pensare anche a Jeremy che ha incendiato la scuola nel tentativo di dimostrare che le bombe vengono costruite dentro il GM.

Bhe, abbreviamo un po’: bomba dopo bomba Benjamin viene sempre più visto come “il capro espiatorio” anche degli attentati dinamitardi. Ed anche la polizia inizia a pensarlo a causa di alcuni strani “eventi” (fra cui un “romanzo” che la sorella Clara ha mandato ad una serie di case editrici, romanzo tratto dai racconti serali di Benjamin alla famiglia basati tutti sulle vicende del GM).

Finché un vecchietto di quelli che lavoricchiava a tempo perso nel reparto fai da te del GM non incrocia Benjamin in metropolitana ed inizia a raccontare la sua storia dicendo che è lui l’attentatore… e che il tal giorno alla tal ora avrebbe ucciso l’ultimo dei 6 personaggi.

Come va a finire? Mi dispiace ma dovrete leggerlo.

E’ il primo romanzo in cui fa la comparsa Benjamin Malausséne: è l’inizio di quello che verrà indicato, in seguito, il ciclo Malausséne. Potremmo definirla la nascita dell’eroe. Concordo: a prima vista Malausséne non ha proprio l’aria dell’eroe ma, come dice l’ispettore Rabdomant a Benjamin durante la spiegazione finale “lei è un Santo”, uno che si fa carico delle disgrazie, dei problemi altrui.

Con uno stile forse appena appena più schietto dei successivi romanzi del ciclo, Pennac ci tratteggia da subito la combriccola di personaggi che fanno parte della famiglia allargata di Malausséne. Ed anche quei personaggi di contorno che rientreranno, poi, dalla porta di servizio nei futuri romanzi. Anzi: ho un sospetto su Julie, la fidanzata di Benjamin imbroccata mentre cercava di rubare un maglione. Il sospetto è che inizialmente non fosse prevista una sua ricomparsa come fidanzata stabile di Ben, tant’è che rimane “zia Julia” quasi per tutto il romanzo. Solo nel finale si intuisce, molto di sfuggita, qualcosa che ricollega al romanzo successivo (“La fata carabina”).

Da subito è impossibile non amare il personaggio, sia per le sue qualità sia per quel velo di insicurezza che adorna la sua figura di capro espiatorio. Un pizzico di sfiga alla Paperino, un po’ di “soccombenza” stile “Gino Solitomino” (vittima di Cattivik)… E dall’altro lato una grande voglia di non nuocere all’umanità, di essere servitore degli altri, sostenitore delle cause perse, apologeta dei deboli. E si scopre, in questo romanzo, che è anche laureato in legge (pezzo di carta che non sfrutterà, a quanto sembra, mai).

E pensare che – riporta Wikipedia – il romanzo “Il paradiso degli orchi” è nato per una scommessa fatta fra Pennac ed alcuni amici in cui Daniel scommetteva (appunto) di poter scrivere un romanzo giallo (finora aveva scritto solo saggi e opere per bambini). Sinceramente non mi sentirei di considerare il romanzo un giallo a tutti gli effetti, anche se ne ha molte caratteristiche. Ma altrettanto sinceramente non mi interessa classificare l’opera. A me piace e tanto mi basta.

Adesso vi do la buonanotte: sono le 00:34 e avrei voglia di andare a letto. E buona lettura.

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