La lunga notte del Dottor Galvan (Daniel Pennac)

Ho avuto la fortuna, la settimana scorsa, di vivere due “eventi” contemporaneamente: la mattina del 5 dicembre mi è arrivato il libro che da il titolo a questo post… e la sera dello stesso giorno mi sono goduto la meravigliosa trasposizione teatrale dello stesso titolo (con – unico attore – Neri Marcorè, secondo me uno dei migliori attori italiani).
 
L’opera è un grazioso quadretto delle vicende che, in una notte di luna piena, occorrono al Dottor Galvan, di turno (per passione) al pronto soccorso di un’ospedale parigino… Fra tagli, ferite, motociclisti con “un orecchio in tasca ed un braccio nello zaino” il giovincello Dottor Galvan, che (si intuisce) da poco ha concluso l’apprendistato si ritrova con un malato il cui unico sintomo è “non mi sento bene”.
 
Comincia allora la sfida della medicina: cosa può essere successo? Quali gravi infermità fanno accasciare al suolo, dopo una lunga attesa, il malato che non si sentiva bene? Occlusione intestinale! Tanto che l’addome è duro come cemento. Via di corsa dallo specialista, con il malato precariamente disteso su una barella dalle ruote ben oliate (uno dei tormentoni del Dottor Galvan)…
 
Come sempre, non sono qui per fare il riassunto del libro (sennò che lo coprate a fare?). Posso accennarvi, però, che il dottor Galvan ne vive di tutti i colori: dallo “sblocco” dell’occlusione con una roboante pernacchia alla scomparsa del paziente dopo essere stato ricoverato in stato di coma… E durante tutto questo la maturazione del Dottor Galvan, che passa dal pensare solamente al suo bigtlietto da visita (se l’assistito muore, addio biglietto) a prendere coscienza della “persona” malato (la veglia del malato durante la notte)…  Il tutto, ovviamente, con descrizioni spassose e canzonatorie verso alcune manie (come quella del biglietto da visita). Con un finale, ovviamente, molto a sorpresa (anche se si intuisce qualcosina).
 
Pennac usa uno stile molto brioso, che rende spiazza, a volte, il lettore. Sembra di vedere il Dottor Galvan che parla con noi raccontadoci quanto si pavoneggiava (per il futuro biglietto da visita) o si disperava (per la presunta morte del malato), delle corse e lecadute, delle diagnosi fatte coi colleghi… Il racconto è in prima persona e parte dal pretesto che “proprio oggi sono vent’anni” da quando tutto ciò accadde. Il Dottor Galvan sembra raccontare tutto ciò ad una seconda persona, di cui si intuisce la presenza solo grazie ai puntini di sospensione. Fino a chiedersi, alla fine, se Galvan non stesse raccontando proprio a noi, lettori, le sue vicende… 
 
Permettetemi, infine, due parole sullo spettacolo teatrale. Diciamo innanzi tutto che Neri Marcorè è uno dei miei attori preferiti, e se vi capita di vedere lo spettacolo (è in tour in Italia) capite il perché. Sul palco, unico protagonista, nei panni del Dottor Galvan, si destreggia negli svariati personaggi che riaffiorano alla sua mente “come scarafaggi su un foglio bianco”. Il malato, l’infermiera, il dottor X o la dottoressa Y (mannaggia alla mia memoria: non ricordo i nomi ed in questo momento non ho il libro sotto mano). Passa dall’uno all’altro con fare disinvolto, caratterizzandoli sempre con un accento o modi di fare particolari… Riesce (merito anche del regista, presumo) a rendere vivo lo stile usato da Pennac: quando esci dal teatro ti dici che il racconto non poteva che essere rappresentato in quel modo… In realtà sono stati aggiunti al testo di Pennac alcuni “frammenti” presi dal “malato immaginario” e da altri racconti (lo dice il regista proprio in appendice al libro) che, però, non fanno altro che caratterizzare meglio il Dottor Galvan. Anche l’allestimento scenografico è particolare: sembra di essere nei magazzini dell’ospedale invece il Dottor Galvan adesso è un… ops: non devo dirlo, sennò rovino il finale a chi vuol leggerlo.
 
Vi consiglio caldamente sia di leggere il libro (basta un pomeriggio) che di vedere lo spettacolo (titolo omonimo). Buona lettura/visione!
 
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