Fuori da un evidente destino (Giorgio Faletti)

Ebbene sì, appena l’ho trovato me lo sono preso e letto in 4 giorni… Devo confessarvi, però, che questo è successo quasi un mese fa (ebbene sì, la pigrizia ha colpito anora).
 
Anche se non mi piace fare confronti così, a freddo, questa volta voglio partire da un raffronto con gli altri due libri di Faletti. Premesso che, rispetto alla produzione media italiana, ritengo che Faletti si posizioni ben sopra la sufficienza, secondo me questo libro si colloca fra “Io uccido” (secondo me il migliore dei tre) e “Niente di vero tranne gli occhi” (quello che mi è piaciuto meno).
 
Lo stile narrativo di Faletti è inconfondibile: si avvicina al Noir senza, però, lasciarsi sommergere da esso. E questo è uno dei pregi che me lo fa apprezzare come scrittore. Le storie che racconta sono sempre priene di dettagli… le descrizioni dei luoghi, lo spessore dei personaggi, ti fa sembrare tutto quasi reale. Però (se dobbiamo iniziare a trovare difetti) l’ultimo libro si avvicina forse fin troppo ad una sceneggiatura di film – non che sia un difetto vero e proprio ma si perde un po’ l’elasticità del romanzo. E’ vero, d’altro canto, che ciò semplifica la lettura.
 
La storia che ho apprezzato più di tutti è quella di “Io uccido”: secondo me un vero capolavoro sia dal lato di romanzo (che stava bene sia fra i noir ed i gialli) sia per la definizione della psicologia dei personaggi. Caratteristica persa, almeno in parte, per Jim Mackenzie, il protagonista dell’ultima storia. – E qui apro una parentesi: che il nome del protagonista sia un tributo al fumettista Silver e alla banda della fattoria Mc Kenzie (cioè quella dove scorrazza Lupo Alberto)?
 
Questa volta non racconto niente della trama, se non poche righe, perché ritengo che sia molto semplice e lineare e che ciò potrebbe danneggiare chi ancora non haletto il libro e vuol farlo.
 
Jim ritorna al paese natale per onorare la morte del nonno (Jim è orfano dei genitori). Per uno strano caso del destino (che funziona solo per i romanzi) si ritrova con altri 3 vecchi amici: una adeso fa la giornalista, uno è un ex militare reduce (menomato) dal golfo e la terza è un’attrice bella ed affermata. Tutto si svolge in una cittadina americana: Flagstaff, dove qualsiasi piccolo evento assume grande risonanza (per forza: non accade mai niente).
 
Iniziano una serie di omicidi, ed  nostri protagonisti sono coinvolti più di quello che sospetterebbero. Chi è lo spietato assassino? Non ve lo dico, ma vi posso accennare che è una storia che rimerge dal passato, con tutta la sua forza. Una vendetta? Può darsi… ma quali gravi fatti hanno scatenato la furia omicida che impesta la cittadina? Se ve lo dico io vi rovino la lettura…
 
Però posso dirvi che il finale è un po’ scontato ed un po’ troppo veloce (io ne avrei preferito uno diverso, ma forse avrebbe tolto fascino al romanzo): le cose si sistemano in quattro e quattr’otto.
 
Prima di chiudere, però, vorrei fare una domanda al signor Faletti: ma la scena di sesso era necessaria? Spiego anche a voi: in un flash back (che spiega i motivi scatenanti degli assassinii) c’è anche una scena di sesso fra un uomo e la moglie di un’altro uomo. Ma poi (a meno che non abbia perso qualcosa io) questo elemento non c’entra per niente con tutto quello che succede dopo. Quindi, secondo me, si poteva saltare la scena…
 
Un ultimo favore, sempre a Faletti: potresti tornare a storie come quelle di “Io uccido”, senza particolari paranormali? Si tratta di mio “gusto” personale… ma a me piacciono storie più realistiche.
 
Buona lettura a tutti.
 
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L’uomo dai denti tutti uguali (Philip K. Dick)

Sembra quasi un’anomalia nella produzione letteraria di Dick, eppure gli appassionati riconosceranno senza ombra di dubbio i tratti fondamentali (stile di scrittura, ombra di cupezza nei personaggi, …) dell’autore.
 
Sto parlando de “L’uomo dai denti tutti uguali”. Non è un romanzo di fantascenza ma narra la vita quotidiana di 4 personaggi, due uomini e due donne, che incrociano le loro esistenze in una piccola cittadina ai margini di San Francisco negli anni ’60-’70.
 
Due coppie, due famiglie, vicine di casa. La famiglia Runcible, precisa ed esatta, proprio come ci si aspetti che sia: la moglie che cura la casa ed il marito che guadagna i soldi per mantenere la famiglia. Un figlio appena accennato. E la famiglia Donbrosio, invece, “strana” per i canoni della “buona società”. Tanto strana da invitare a cena un uomo di colore (scandalo), da guidare un’auto sportiva italiana (una Alfa Romeo, per l’esattezza), da permettere alla moglie di lavorare…
 
L’uomo dai denti tutti uguali è uno scheletro di “Uomo di Neanderthal”: impossibile da trovare in America, a meno che non si azzardino ipotesi competamente rivoluzionarie (come la possibilità che un gruppo di neanderthaliani fosse riuscito ad arrivare in America) . Eppure è così perfetto che sembrano non esserci dubbi sulla sua autenticità. Il ritrovamento avviene nella proprietà dei Runcible, in modo fortuito. Si scatena un caso, almeno a livello locale… ma come andrà a finire? E’ veramente un uomo di neanderthal, oppure una sofisticata vendetta di Donbrosio?
 
Chi ama Dick troverà in questo libro una prestigiosa prova letteraria, che lo sgancia dal filone fantascientifico. Chi, invece, vuole avvicinarsi allo scrittore deve essere pronto ad un clima leggermente cupo (tipico stile dickiano)… se il libro fosse paragonato ad una giornata, sarebbe costantemente nuvolosa. Si sente, si vive quasi proprio sulla propria pelle, l’attrito che esiste fra le due famiglie. 
 
Giudizio in breve? Consiglio di leggerlo!
 
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