Viaggare in giallo (AA.VV.)

Caro signor Sellerio, grazie per una nuova serie di avventure dei nostri beniamini.

Sì, il libro è un nuovo appuntamento della serie “…in giallo” dell’editore Siciliano. Serie che vede i nostri eroi impegnati in vari contesti, in questo caso il viaggio. Dove il viaggio è interpretato, però, in modo diverso (dalla crociera al viaggio premio al semplice spostarsi in un luogo diverso per una indagine). Come sempre abbiamo 6 racconti, più o meno brevi (se ho fatto bene i conti Savatteri vince per lungheza mentre Malvaldi batte tutti in cortezza), più o meno intensi, ma tutti apprezzabili durante una sosta dei nostri viaggi (sotto l’ombrellone, all’ombra di un abete, su un treno o su un pullman – in quest’ultimo caso però, leggete la Gimenez-Bartlett dopo che siete scesi 🙂 ). Diamo una breve occhiata ai racconti, senza svelare troppo.

Per trasparenza: il voto da me assegnato rispecchia i miei gusti. E’ solo un modo “veloce” per dire chi mi è piaciuto di più e chi meno.

Antonio Manzini colloca il vicequestore Schiavone su un treno per Roma “Senza fermate intermedie”. In realtà Schiavone ci sale, su quel treno, per evitare una rottura – come dice lui – di coglioni di altissimo livello (la festa della polizia), sostituendola con una di livello sempre alto, ma minore (una riunione condominiale). Insomma, un viaggio di piacere. Senza contare che sullo stesso treno trova il collega anatomopatologo, e insieme si imbattono in una morta: una persona anziana a cui è preso un coccolone quando ha scoperto che le erano stati rubati i gioielli. I due, insieme al capotreno, indagano e Schiavone, con la sua solita arguzia, riesce a capire come fanno, dei gioielli, a scomparire da un treno – appunto – senza fermate intermedie. Schiavone è uno degli antieroi che preferisco, e Manzini riesce sempre a rapire i lettori con quel giusto mix di mistero e rivelazione. Fino a spiegare tutto solo nel finale. Voto: 9.

Francesco Recami, invece, ci porta a trovare “Il testimone”, nonno Consonni. E noi facciamo il viaggio con Enrico, il nipotino, e la mamma. Il racconto è tutto scritto dal punto di vista del bambino, di 5 anni, e delle sue interazioni coi grandi. Tant’è che in alcuni momenti sembra scivolare nell’assurdo, ma senza  caderci mai. In questo caso (ma come sempre coi protagonisti della casa di ringhiera) non si tratta di un giallo vero e proprio, anche se ci sono elementi di mistero – che Enrico percepisce come strani ma di cui si cura poco. E’ il viaggio in sé che fa il racconto, col bambino che si stupisce, si perde, si emoziona, si stanca… E vede cose che non dovrebbe vedere, proprio come era successo al nonno. Ma come le vivrà? Non vado pazzo per questi racconti, ma questo un 7 se lo merita.

Marco Malvaldi ci porta “In crociera col cinghiale”. E già qui – se si conosce il personaggio e a cosa ci si riferisce col “cinghiale” – si iniziano a pregustare grasse risate. Massimo è in missione per conto della sua fidanzata Alice (che, per lui, è come Dio per i Blues Brothers), e – per copertura – ha coinvolto una serie di confratelli della loggia del cinghiale, un gruppo di persone dedite al cibo, al bere e – soprattutto – alla goliardata senza freni. Diciamo un omaggio ed un richiamo agli “Amici miei” di tanti anni fa. Lasciamo perdere cosa combina la confraternita, che è uno spassoso contorno al mistero che deve risolvere Massimo, il quale non capisce come possano avvenire certi furti, tutti ai danni di croceristi di quella nave. C’è sicuramente qualcuno, sulla nave, che spiffera a dei compici le informazioni necessarie, ma chi sarà fr a le igliaia di perosne dello staff? E come farà a carpir quelle informazioni? Voto: divertimento 9,5, giallo 8, lunghezza del racconto 6,5 (un buon Malvaldi non basta mai).

Gaetano Savatteri ci racconta “La segreta alchimia” che guida le vicende del suo protagonista, Saverio La Manna. La scena iniziale è degna dei migliori film comici e solo quella ti apre al sorriso per l’intera giornata. Ma non ve la anticipo: godetevela direttamente dall’autore. Fatto sta che Saverio e Peppe Piccionello vincono un viaggio a Praga. Saverio vorrebbe andarci con la sua ragazza, ma Peppe si organizza per una “doppia” coppia, di cui una delle due decisamente strana (ed anche qui non vi anticipo niente). Ma l’intrigo internazionale è alle porte, sotto veste di una decisamente bella spia che si siede, in aereo, vicino a Saverio. Quali segreti nasconderà? E perché si dimostra particolarmente affettuosa con lo scrittore? Ma, soprattutto, una cosa che si chiedono tutti i maschi di questo mondo: perché queste cose succedono solo in televisione o nei libri e mai a noi, dal vivo? Insomma, nell’affascinante Praga Saverio coinvolge Suleima (la sua ragazza) in una avventura un po’ meno romantica di quello che si aspettavano, una specie di intrigo internazionale dei giorni nostri, riuscendo a cavarne le gambe (anche nonostante i guai che combina Piccionello). Avventura che garantisce sommo divertimento al lettore. Voto: 9,5. Attento Malvaldi che Savatteri potrebbe passarti avanti…

Alessandro Robecchi ci porta alla ricerca del cane “Killer. (Una gita in brianza)” insieme ai suoi personaggi Falcone e Monterossi, una specie di coppia Holmes-Watson italica. Investigatore privato il primo, dotato di particolare acume, e assistente, il secondo, nonché osservatore e raccontatore delle storie. Sono chiamati da un facoltosissimo industriale per ritrovare il cane rapito alla sua amante. Ma ovviamente sotto si nascondono altri giri e Falcone capisce subito che è quelli che deve scovare, il cane è solo un pretesto. E così fa emergere la truffa che una persona stava cercando di perpetrare ai danni del committente. Voto 6,5: è, ripeto, una questione di gusti personali, ma a me non piace molto lo stile usato né apprezzo più di tanto il personaggio di Falcone… Il giallo c’è, ma non riesco a godermelo fino in fondo.

La Gimenez-Bartlett ci propone “un vero e proprio viaggio”, almeno per i canoni del viceispettore Garzon, assistente di Pedra Delicado. Un vero viaggio non è tale se non c’è un pranzo, una cena, uno spuntino o una qualsivogla pappatoria… E mi trova pienamente d’accordo. Solo che questa volta i due devono investigare su un caso brutto brutto: una ragazza torna a casa (in un paesello della provincia) per un poche di ferie dopo tanto studio, e quando va ad aprire la sua valigia ci trova dentro un morto, fatto a pezzi. Come sia potuto accadere nessuno riesce a spiegarlo, ed anche la coppia brancola letteralmente nel buio. Ma alla fine quell’indizio rivelatore spunta fuori, e Pedra è lì pronta per coglierlo al volo, dipanando una matassa molto ingarbugliata. Voto 8,5. Ottimo racconto, ma stile un po’ lento (è lo stile che contraddistingue sia la protagonista che l’autrice), preferisco più Malvaldi e Savatteri per le calde giornate estive… Ma adesso che ci stiamo inoltrando in autunno, la Gimenez-Bartlett si legge veramente bene.

Buona lettura!

Ancora Malvaldi: negli occhi di chi guarda

(dal sito Mondadori)

Ecco, oggi ho appena scoperto che il 14 ottobre (un tweet mi ha indicato quella data, qualche libreria on line dice il 12, qualche altra il 16) mi aspetta in libreria un nuovo romanzo di Malvaldi, sempre edito da Sellerio. Al momento non ho nemmeno un momento (ripetizione voluta) per approfondire… Quando torno (sì, sto per partire per un doppio viaggio…) mi preoccuperò di informarmi, acquistare e leggere.

Ora che ci penso: devo ricordarmi di mettere in valigia 2-3 libri: chissà che in quelle due settimane che sono via non riesca a ritagliarmi un momento (repetita iuvant) per leggere qualcosa 🙂

Ecco alcuni riferimenti:

Sullo store Mondadori (da cui ho preso anche la copertina del libro, che conferma quello che ho trovato sul tweet)

Su Amazon (disponibile sia in e-book che cartaceo che CD audio)

Su Libreria Universitaria (che non riporta il prezzo ed indica un generico Settembre 2017 come data di uscita)

Non trovo info sul sito Sellerio, ma mi era successo altre volte: di solito scrivono qualcosa quando il libro è veramente prossimo all’uscita.

Prezzo, secondo il sito Mondadori, 14 Eur, con sconto del 15% (Mondadori, Amazon, catene di supermercati) si paga solo 11,90. I soliti 9,900 (centesimo più o meno) per l’edizione e-book.

Ci risentiamo quando torno (ma forse prima di partire ce la faccio a completare un post… speriamo…)

Buona lettura!

Idiosincrasie italiche 2.0 (aggiornato)

Niente libri né ricette stavolta, ma una vicenda personale – semplice, piccola, assolutamente secondaria – che mi fa sorridere di un sorriso amaro, lo stesso che provo quando ho a che fare con la burocrazia…

Prologo.

Devo rinnovare la mia patente di guida. Decido di farlo tramite una autoscuola: niente di più semplice. Fissi, ti visitano, confermano che è tutto Ok e la tua patente viene rinnovata. E ti dicono che verrà stampata una nuova tessera che sostituisce la vecchia (niente più adesivo, coi nuovi dati di scadenza, da appiccicare sopra). Mi dovrebbe arrivare in due giorni. Sorpreso chiedo: in due giorni? E mi spiegano che grazie alla nuova procedura telematica, appena il dottore da l’Ok parte la stampa della tessera che verrà inviata con raccomandata assicurata al proprio domicilio. Quasi in tempo reale. Ma, per coprire questi due giorni (anche se la vecchia patente sarebbe stata ancora valida), mi danno un foglio che certifica che sono in regola e la patente mi sta arrivando.

Ganzo! Finalmente un pezzo di Italia che funziona, dove la tecnologia semplifica la vita. Ne ho viste di cose cambiare negli anni, e alcune sono state molto semplificate. Sono fiero di questa Italia che sta cambiando: ancora ne deve fare di strada, ma almeno ha iniziato a percorrerla.

Felice esco dall’autoscuola. Senza immaginare che possa esistere – insidiosamente nascosto in qualche ingranaggio – un “però”.

Il colpo di scena

Io lavoro e penso a te” (in auto, recandomi al lavoro, cantavo Battisti pensando alla mia patente nuova). Ma anche mia moglie lavora. E il povero postino, che passa effettivamente 2 giorni dopo la visita, suona – come vuole la regola – due volte. Ma (scomodiamo anche Celentano): “E’ inutile bussare suonare qui, non vi aprirà nessuno“. Questo, almeno, in orario lavorativo. Maledetto orario lavorativo, che essendo uguale sia per noi che per il postino, ci costringe ad essere assenti quando al postino farebbe comodo fossimo presenti…

Quindi il solerte postino lascia un avviso che indica che ci sarà un nuovo tentativo nell’arco di 30 giorni. Nello stesso avviso è anche riportato un numero telefonico da chiamare se si vogliono ulteriori informazioni o fissare un nuovo tentativo. E io chiamo, perché – penso – l’ufficio presso cui lavoro si trova a 2 minuti da un ufficio postale: se potessero mandarmi lì la raccomandata con la patente eviterei un secondo tentativo al povero postino (che – col caldo di questi giorni – magari apprezza).

Fra avvisi di benvenuto (fra cui – mi dicono – le informazioni sulla privacy saranno trattate in modo corretto), avvisi su SPID con Poste italiane, richieste di partecipare ad un sondaggio sulla soddisfazione del cliente, arriva finalmente il menù delle opzioni. Premi un 1 di qua. Poi un due di là. Acc…, ho sbagliato, rifacciamo. Avvisi, SPID, sondaggio, uno, uno, due… finalmente la sequenza giusta (che fra avvisi e scelte richiede circa 1 minuto – per fortuna è un numero verde). Dopo altri 30 secondi “Risponde l’operatore bzzzzzzzzz… Tu tu tu tu tu….” Linea interrotta: ritentiamo e saremo più fortunati.

Ed in effetti, dopo la solita sequenza, risponde una persona in carne ed ossa, gentile, che mi spiega però che la procedura non prevede che si possa cambiare indirizzo di spedizione e che il postino deve passare una seconda volta, dopodiché è possibile ritirare la busta presso l’ufficio competente. Mi consiglia di fissare un secondo appuntamento, per rendere più veloce la procedura, altrimenti il postino potrebbe passare nell’ultimo dei 30 giorni previsti. Io chiedo se si può anche fissare un orario, ma ciò non è possibile (lo capisco: dovrebbero avere personale dedicato). Con mio rammarico fisso un nuovo appuntamento, ben conscio che il postino suonerà nuovamente due volte ma nessuno aprirà.

L’imprevisto

Fissato per il giorno x, il postino passa e – come ci si aspettava – non trova nessuno: deposita quindi un nuovo avviso. Solita solfa: tenterà nell’arco di 30 giorni (dal primo avviso) una nuova consegna dopo di che potrò andare a prelevare la busta all’ufficio competente. Niente numeri di telefono stavolta, ma io chiamo quello che mi avevano dato la volta prima.

E io chiamo, perché – penso – l’ufficio presso cui lavoro si trova a 2 minuti da un ufficio postale … ah, ma questo l’avevo già detto!

In realtà chiamo perché ricordo che il precedente operatore aveva detto che dopo il secondo avviso “possiamo fare qualcosa”. Ricordo che mi aveva detto che si sarebbe velocizzata la procedura. Quindi ricomincio: numero verde, avvisi, SPID, sondaggio, uno uno due, risponde l’operatore 54321, tu tu tuuuuuuuuuu… Riaggancio. Driiiin. Pronto? …uuuuuuuuuuuuuuu… Riaggancio. Driiiiiiiiiiin. Pronto? …uuuuuuuuuuuuuuuuuuuu… Riaggancio. Driiiiiiiiiiiiiiiiiin. Pronto? …uuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu… Il centralino di Poste non mi vuol mollare! Riaggancio una quarta volta. Dri…… Finalmente lo squillo si strozza a metà: silenzio. Tiro un sospiro di sollievo. Credevo di aver mandato in tilt il risponditore automatico di Poste.

Aspetto 2 minuti e riprovo: Avvisi, SPID, Sondaggio, uno uno due… “attendere prego… sarete messi in contatto col primo operatore disponibile… Attendere prego… causa congestione di traffico non ci sono operatori disponibili, si prega di richiamare più tardi”. Probabilmente ho mandato in tilt il risponditore automatico di Poste. Meglio aspettare il giorno dopo.

E fu sera e fu mattina: nuovo tentativo. Stavolta le cose filano lisce e dopo i soliti avvisi, SPID, sondaggio, sequenza uno uno due risponde un altro operatore, ugualmente gentilissimo, che – con la pazienza che solitamente è necessaria coi bambini nel pieno della fase del “perché?” – risponde ad ogni mia richiesta di cambiare la procedura: Posso passare a ritirare io? Mi dispiace, non ancora. Posso chiedere che mi venga spedito da un altra parte? No, mi spiace, no. Posso fare qualcosa? Purtroppo no.

Epilogo

Devo attendere che il postino, per la terza volta, suoni due volte. Ciò accadrà nell’arco dei 30 giorni (a partire dal primo avviso) e nel pieno dei 40 gradi di questo luglio. Dopodiché, tenendo fieramente in mano il pezzo di carta su cui esso è scritto, potrò recarmi all’ufficio competente (quale sarà?) per ritirare il pezzo di plastica dove è certificato che posso guidare l’auto. Aggiornerò il post quando avrò finalmente in mano il pezzo di plastica.

2017-07-14 – Aggiornamento.

Finalmente il postino passa per la terza volta. Lascia l’avviso, che io prelevo dalla cassetta delle lettere con estrema cura, per non spiegazzarlo, rovinarlo, perderlo… Il giorno successivo mi reco bel bello all’ufficio postale indicato. Doppio stupore: l’ufficio è aperto fino a tardo pomeriggio (non devo prendere permesso da lavoro), e la macchinetta che da i numeri (naaa, maliziosi, non intendo dire che è pazza, ma solo che fornisce i bigliettini coi numeri per la fila) ha un lettore di codici a barre. Ci passo sopra il codice stampato sul mio avviso e…  Delusione… Non avevo letto – nell’avviso – che il “plico” sarebbe stato ritirabile SOLO dal giorno tal dei tali (che, guarda caso, è due giorni dopo l’avviso, quindi domani). Salutato da un laconico “Plico in lavorazione, ritirabile dal giorno xxx” sullo schermo della macchinetta numeratrice, torno via con l’avviso – al posto della coda – fra le gambe.

Il giorno dopo non posso passare, quello dopo ancora riesco a tornare all’ufficio postale. Scan del codice, emissione del bigliettino col numero, attesa… 5 minuti e lo sportello uno mi chiama. L’impiegata (anch’essa gentilissima) mi prende il plico, mi chiede se avevo letto che c’era da pagare un a piccola cifra (e stavolta sì, avevo letto) e mi consegna la busta. Ma io rimango stupito di un’altra cosa: l’impiegata, per documentare la consegna ed il pagamento del corrispettivo, deve stampare un foglio e completarlo a penna, a mano, prima di farmelo firmare. Lo stupore nasce dal contrasto fra un (abbastanza) efficiente sistema informatizzato (tutta la tracciabilità del plico fino alla macchinetta spara numeri, la gestione delle code, …) e la costrizione alla manualità dello sportello. Perché l’impiegata deve registrarsi il completamento di una operazione su un foglio da gestire (compilare e archiviare) a mano quando tutta l’operazione è stata seguita da un computer? Misteri dell’informatizzazione…

 

Considerazioni

Lasciamo perdere imprecazioni varie. C’è una sola cosa che mi rode: perché quando si migliora qualcosa di amministrativo c’è sempre un intoppo che fa perdere il vantaggio acquisito? Capisco che serva un controllo (e quindi una procedura che permetta tale controllo) per la consegna della patente, ma dopo il primo avviso (l’operatore di Poste vuol sapere il codice avviso e mi chiede alcuni dati che lui può verificare: così è abbastanza sicuro che la persona al telefono è la persona interessata) non sarebbe più facile concordare un altro sistema di spedizione? Per me è molto comodo ritirarla, per esempio, in un ufficio postale molto vicino al luogo di lavoro: perché non mandarmela lì (dove possono controllare di persona che io sia veramente io)? Sarebbe una semplificazione per tutti: un minor carico di lavoro per i dipendenti Poste, e la possibilità da parte mia di gestire il ritiro senza dover prendere ore di permesso.

Bisognerebbe che gli estensori di questa procedura subissero loro per primi le conseguenze di essa. Tempo fa si diceva che gli architetti avrebbero dovuto vivere nelle case che disegnavano: belle sì, ma troppo distanti dalla realtà quotidiana; emozionanti da vedere ma poco pratiche da vivere. Ora (mi sembra) gli architetti hanno cambiato (almeno un po’) il loro modo di vedere le cose. I burocrati, invece, sembra di no…

E si torna al solito, inflazionato, Gattopardo:

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.»

[Voce “gattopardismo” sul dizionario Treccani on line]

L’algoritmo definitivo : La macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo (Pedro Domingos)

(dal sito dell’editore)

Finalmente finito! Questo saggio sull’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale mi ha portato via un po’ di tempo. Oddio, non che ne leggessi pagine di continuo: ho rallentato i miei ritmi di lettura, e ancora per un po’ non potrò riportarli ai livelli di qualche anno fa.

Ma parliamo del libro, e non delle mie difficoltà di lettura…

Non mi interessa, in questo articolo, esplicitare in modo preciso il concetto di Intelligenza Artificiale. Diciamo solo (e molto semplicemente) che qui intendiamo un sistema (informatico) in grado di apprendere conoscenze (generiche) e sfruttarle in campi generici. Il riferimento al “generico” è d’obbligo: esistono già (e sono molto usati) sistemi intelligenti concentrati su uno specifico compito. Pensate ai sistemi di analisi che prendono decisioni finanziarie muovendo grossi capitali per conto delle banche (semplifichiamo anche qui: robot che giocano in borsa). Ne ha parlato anche Malvaldi in un precedente libro spiegando come l’assenza di alcuni controlli abbia portato ad una serie di crolli (conosciuti, nell’ambiente, come flash crash).

Certo, sistemi finanziari: talmente di alto livello che è logico ci sia dietro un analista elettronico, oltre ad uno in carne ed ossa. Ma sistemi simili si trovano anche più vicino a noi: Amazon, con i suoi meccanismi di suggerimento; i vari siti di ricerca alberghi, google con le sue ricerche… E soprattutto la “profilazione” degli utenti su internet, a scopo pubblicitario. Ecco, se vi chiedete come mai, dopo aver cercato il modello di Millenium Falcon in mattoncini Lego, vi vengono proposti – nelle varie pubblicità su qualsiasi sito andiate – tutta una serie di modellini lego legati a Guerre Stellari, è perché un algoritmo intelligente di profilazione ha intravisto un vostro interesse e vuole cavalcare il momento propizio.

Quindi, vi chiederete, questo libro spiega cosa sono questi algoritmi intelligenti, questi sistemi di IA (intelligenza artificiale) sviluppati su singoli temi? E soprattutto ci spiega come proteggerci? La risposta è: 70% no, 30% sì. L’autore, infatti, usa questi temi per introdurre alla sua ricerca, quella di un “algoritmo definitivo”, che non ha bisogno di un contesto (un tema specifico) per imparare a fare alcune cose.  Ci da, quindi, qualche suggerimento su come gestire questi motori di profilazione, ma si concentra su tutt’altro: un sistema in grado di imparare autonomamente, guardando il mondo e attingendo ai miliardi di miliardi di informazioni presenti su internet. Un sistema in grado di apprendere le cose in modo generico, una lingua come un sistema di guida di vettura. Perché proprio questo esempio? Perché attualmente, in entrambi gli ambiti, sono già stati sviluppati sistemi intelligenti confinati nel contesto: in altre parole un traduttore potrà imparare 450 lingue, ma non riuscirà mai ad imparare a guidare, e viceversa. Quello che ricerca l’autore è un sistema che – “osservando” – possa imparare autonomamente sia una nuova lingua, sia come guidare, trasferendo se necessario le informazioni fra i due contesti.

Ecco, l’autore vuol proporci un sistema in grado di imparare ad imparare, un sistema che – posto in un contesto nuovo – riesca a comprendere da solo cosa è necessario imparare per “vivere” in quel contesto, magari mutuando anche qualche idea da altri contesti appresi in precedenza (capacità di trasportare competenze fra campi di attuazione diversi). Potremo paragonarlo al cervello umano, ed infatti è proprio da questo parallelo che le ricerche della IA hanno avuto inizio.

Non sto a rifarvi tutto il tragitto compiuto dall’autore ne ad elencarvi l’indice del libro, ma cerco di indicarvi semplicemente i temi affrontati. Si parte con un po’ di storia dell’IA e le varie “tribù”, come le chiama lui, in cui si è divisa la ricerca (vari approcci e filosofie al problema: chi lo ha affrontato come una cosa fisica, chi come un insieme di probabilità, chi come un sistema che si deve evolvere così come abbiamo fatto noi umani, eccetera…). Per ogni tribù si parla di come sia stato affrontato il concetto di IA, dei successi ottenuti e dei problemi rilevati. Nei capitoli finali si parla di una possibile integrazione fra tutte esse: un castello costruito sulle fondamenta dei vari approcci, in grado di determinare quale sia l’approccio migliore ogni volta che viene proposto un nuovo problema. E l’autore – ovviamente – ha scritto il cuore di questo algoritmo. Non scritto nel libro: è un “programma” (tecnicamente non è un programma, ma mi fa comodo chiamarlo così) da lui ideato e perfezionato in collaborazione con alcuni suoi studenti, e lo propone a tutti noi: è quello che lui propone come “algoritmo definitivo”, cioè qualcosa in grado di imparare, genericamente.

Verrebbe il dubbio si tratti di un libro-pubblicità: ti descrivo una cosa, ti dico che l’ho fatta e ti propongo di comprarla). Invece il “programma” è gratuito, scaricabile da un link indicato nel libro. E per chi vuole studiare questo genere di cose è veramente una buona opportunità. Ma chi, come me, queste cose le avvicina per curiosità, conoscendo solo alcuni frammenti di questo intrigante mondo, rimane un po’ spiazzato. Non che il libro sia difficile o farcito di troppe formule: è l’approccio di un professore universitario che da sempre lavora in questo campo e trova, quindi, facile parlare di alcuni argomenti accostandoli fra loro o presumendo scontate piccole cose elementari di quel mondo, ma che chi si approccia per curiosità non comprende a fondo. Ad esser sincero è stata una lettura generalmente buona, solo in alcuni punti più pesante (mi son perso quando si parlava di probabilità Bayesiane…), ma di base filava sufficientemente liscia. Non è un romanzo, richiede un impegno maggiore rispetto ad un giallo Sellerio (che ultimamente divoro), ma questo lo sapevo fin dall’inizio.

Altra cosa che mi ha reso più difficile la lettura è una sorta di confusione nell’esporre i temi. Anche in questo caso, non si può dire che un capitolo sia un accozzaglia di cose: come nei buoni libri, un capitolo tratta un tema da cima a fondo. Ma, quello che a me sembra, è che l’autore intercali nel tema alcune cose diverse (aneddoti, riferimenti storici, riferimenti ad altri contesti/tribù) non strettamente necessarie per spiegare il tema. Mi spiego meglio con un esempio: se presentando questo libro avessi scritto “Ho letto un libro fantastico che parla di intelligenza artificiale; me lo aveva consigliato mio cugino – quello che 2 anni fa era arrivato secondo al concorso fotografico con una foto di un cielo stellato scattata dalle dolomiti quando era andato in gita con la scuola ed avevano passato la notte a bivaccare cantando sotto le tre cime di Lavaredo  – e l’ho trovato molto interessante”, tutta la parte centrale vi aiuterebbe a comprendere il concetto o vi spiazzerebbe? Ecco, ho avuto una sensazione generale di “arruffamento” dei concetti come nella frase da me esposta sopra… Di base non è un problema, e – anzi – alcune digressioni forse aiutano ad alleggerire l’argomento (e, lo confesso, ho apprezzato alcune curiosità, anche se poi ho dovuto faticare un attimo per riprendere il filo). Però, in generale, rende più faticosa la lettura.

Insomma, so che bramate di sapere se consiglio questo libro. No, non a tutti: chi già ha letto qualcosa sull’argomento, chi ci “aggeggia” un po’ (ma senza essere esperto) potrà trovare molte cose in questo libro. Mentre chi  esperto probabilmente già conosce molto di quello che è stato scritto. E chi volesse solo avere una introduzione all’argomento potrebbe trovare libri più leggeri. Insomma, la mia impressione è che sia un’opera tagliata per persone specifiche, che si interessano amatorialmente dell’IA. Chi già ne sa di più, e chi è interessato ad una piccola infarinatura, deve rivolgersi altrove.

Chi volesse acquistarlo, si prepari a spendere 21,15 Eur (prezzo Amazon), oppure 9,99 Eur in formato Kindle. Trattandosi di saggio il prezzo sarebbe giustificato, ma – col senno di poi – a me è rimasto un po’ indigesto.

Comunque sia: buona lettura.

Firenze Libro Aperto: luci ed ombre sulla manifestazione

Sento già un coro alle mie spalle che dice “certo, te arrivi dopo il fumo alle candele”. Anzi, in questo caso arrivo quando anche il fumo è già sparito… E’ un modo di dire per persone che dicono / fanno qualcosa ben dopo che gli altri hanno già detto / fatto da tempo.

E hanno ragione: Firenze Libro Aperto si è tenuto a febbraio. Io avevo detto che sarei andato a visitarlo e avrei scritto, ma solo ora mi accingo a farlo. Mettiamola così: sono in anticipo di 9 mesi per l’edizione 2018 🙂

Cosa è (stato) “Firenze Libro Aperto”? Il primo salone nazionale del libro che si tiene a Firenze. L’edizione 2017 si è svolta presso la Fortezza da Basso, luogo deputato ad ospitare convegni, congressi, fiere e manifestazioni. Una location veramente caratteristica ma che (prima ombra) per questo salone ha aperto solo un ingresso secondario. Non si entrava alla Fortezza, come per altre manifestazioni, dal portone principale, ma da un portone “secondario”, scendendo una serie di scalini (ed ho visto genitori con passeggini fare determinati sforzi, sia per entrare, sia – soprattutto – per uscire).

Però appena entrato, sono rimasto sorpreso dal numero di persone che stavano girando fra gli stand e dal numero stesso di stand presenti. La home page del sito dell’evento dichiara che erano presenti più di 150 espositori e oltre 23.000 visitatori (copia della pagina su archive.is). Questo è un fatto positivo: c’è interesse per saloni del genere (e, spero, anche per la lettura) e c’è fermento fra i produttori di contenuto. Ho notato molte piccole case editrici, molte realtà locali, editori specializzati in temi particolari (dalla ricerca di sé stessi all’omeopatia a tematiche New Age) o focalizzati su particolari momenti storici della città (I medici, il rinascimento, la Signoria, Il calcio storico… Firenze in tutte le salse, insomma). Ho però visto pochi editori grandi, segno che ancora loro non pensano di investire in questo salone.

Però, di per sé, ho visto poche iniziative delle case editrici (grandi o piccole che fossero). Le (poche) grandi presenti erano lì per vendere, non per presentare qualcosa di nuovo (a parte qualche uscita casualmente in concomitanza col salone). Mentre fra i piccoli ho notato la voglia di raccontarsi, di parlare della qualità che applicano ai loro progetti editoriali, ma a parte l’entusiasmo di esser presenti non presentavano iniziative particolari.

In altri termini: bene o male tutti applicavano uno sconto o offrivano offerte promozionali, ma quasi nessuno cercava di attirare l’attenzione proponendo allestimenti particolari dello stand o offrendo qualcosa di diverso dal segnalibro e dal catalogo. Ciò credo sia dovuto a due fattori: il poco spazio a disposizione (gli stand più piccoli sembravano in grado di ospitare a mala pena una persona in piedi) e l’inesperienza. Ricordo che solo una cosa mi ha colpito. La casa editrice Mds di Pisa (citata pochi post fa) presentava libri chiusi in pacchi regalo. Su ogni pacco c’erano scritti tre aggettivi che l’autore riteneva descrivessero il libro. Era un acquisto alla cieca basandosi sugli aggettivi scritti nell’incarto. Da quel che ho visto solo questa attività è stata capace di attirare con curiosità i passanti.

Una nota veramente dolente, secondo me, sono stati gli spazi. Sia quelli riservati agli espositori, sia quelli per gli incontri, sia quelli per le iniziative collaterali (tipo le mostre di opere artistiche legate al libro).

Nel primo caso l’intenzione (teoricamente buona) degli organizzatori era garantire uno spazio a tutti, anche agli editori più piccoli, Quindi costi contenuti (almeno dicevano sul sito) ma anche spazi contenuti, tanto che alcune piccole case editrici avevano appena i metri quadri sufficienti a piazzare un banco (della dimensione di quelli scolastici) ed una persona in piedi. In alcuni casi c’era un appiccicaticcio che non ti faceva distinguere un editore dal vicino.

Gli spazi per gli incontri, a parte le stanze nella zona dei libri per bambini, adibite alle attività per i più piccoli, erano ricavate dai corridoi esterni di passaggio: un gruppo di sedie attorno ad un mini palco con due scrivanie (a volte non c’era nemmeno il mini palco) con un arrangiamento del tipo “ho trovato due cose all’ultimo minuto”. Sembravano, insomma, più comizi improvvisati ai crocicchi dei corridoi che incontri con scrittori / editori / lettori. E’ in questo campo che – credo – è mancata più di tutto l’esperienza.

Qua e là erano anche piazzate alcune opere d’arte legate al mondo librario, ma anche queste affogavano nel caos degli spazi. Qualcuna era a ridosso di un “angolo” dedicato agli incontri pubblici, ed era non apprezzabile perché mancava lo spazio per godersela. Un altra era in un corridoio di passaggio dove la folla ti portava via se ti fermavi a guardarla.

Però, come ho detto prima, ho respirato entusiasmo e tanta voglia di partecipare: gli errori di valutazione saranno corretti alla prossima edizione (spero) e sarà possibile godersi un salone del libro più bello e maturo.

Cosa mi piacerebbe nella nuova edizione?

 

Prima di tutto spazi più delineati, con luoghi di incontro specifici e ben marcati. Se voglio partecipare alla presentazione di un libro a cura dell’autore, vorrei avere uno spazio “isolato” dal passaggio delle persone, in modo da potermi concentrare di più.

Vorrei poi che gli editori osassero di più, si inventassero qualche iniziativa in grado di stimolare la curiosità, catturare l’attenzione. So che questo per qualcuno può esser difficile: piccole case editrici, spesso composte da una o due persone, non hanno risorse per poter pensare al marketing e puntano tutto sulla qualità. Ma a volte qualche idea che sembra folle, a poco prezzo, può rendere molto.

Per ora mi accontenterei di queste due cose: vediamo se alla prossima edizione qualcosa si è smosso.